Il tortuoso cammino di Conte tra uno “stigma” al MES e una precisazione sul Recovery plan

Le giustificazioni del presidente del consiglio Conte, l’altro ieri sera all’atto di rispondere alla prima domanda posta da un giornalista a seguito della presentazione del nuovo DPCM sul misure anti COVID-19, sull’uso del Mes (Meccanismo europea di stabilità) sono difficilmente accettabili e alquanto distorsive, nonché sufficientemente imprecise tanto da fornire ulteriori assist a populisti e sovranisti. La comunicazione è fondamentale. Lo “stigma” gentile presidente lo ha messo lei, sul presente della sanità italiana… e sul futuro debito pubblico italiano, ormai sostenuto solo ed esclusivamente dalla Bce.
L’ostinazione. Come titolo di un romanzo d’avventura non sarebbe male ma potrebbe diventare il titolo di un noir con protagonisti alcuni personaggi che governano il nostro Paese, prima nella formazione giallo-verde, ora in quella rosso-gialla, ma sempre e comunque ideologicamente condizionati (e condizionanti) il non utilizzo della versione del meccanismo europeo di stabilità (MES) revisionato (non ieri ma 6 mesi fa!), una linea di credito per assistenza agli Stati aderenti al fine di contrastare la pandemia di Covid-19; liquidità per sopperire ai “costi diretti e indiretti” derivanti dalla lotta al virus, per risanare e rendere resilienti i sistemi sanitari nazionali. Ma niente non c’è niente da fare… L’Italia secondo quanto più e più volte detto (a maggio con almeno un paio di interventi rinvenibili online) ha un montante massimo di circa 36 miliardi (2% del PIL valorizzato al 2019), i costi sanabili con lo strumento sono relativi al 2020 e al 2021, con un onere complessivo annuo (tra costi fissi di apertura credito 0,25% e tasso d’interesse annuo 0,1% per massimo 10 anni) di 600 milioni… Quindi in cambio di una ricaduta complessiva per singolo abitante di 10 euro annui si è preferito sin dall’inizio ricorrere ad autorizzazioni di variazioni di bilancio che ad oggi hanno comportato un indebitamento che ha superato i 200 miliardi in un anno con buona parte di incidenza dovuta all’emissione di nuovi titoli pubblici (ben oltre la soglia 2018 dell’85%) per sopperire alle spese per interventi di resilienza e ripartenza da crisi COVID-19 a tassi decisamente più alti rispetto alla linea di credito del MES, si va da aprile con decennali a quasi 2% a quelli attuali, assistiti da uno spread btp/bund al di sotto di 130%, intorno allo 0,70% minimo storico, eppure superiore al tasso annuale del MES dello 0,60%… c’è qualcosa che non funziona… Dobbiamo mettere da parte le “beghe” interne e pensare di più al Paese “graziato” ad oggi non solo dagli interventi decisi della BCE che ha acquistato dosi massicce di debito italiano nel mercato secondario attenuando gli impatti dello spread e quindi del tasso degli interessi dei titoli pubblici, che ha ridato fiducia al “mercato Italia”, ma anche con gli interventi dello SURE, e ora, ancora come possibilità il MES sanitario. Il debito pubblico ogni 5 secondi aumenta di 4.100 euro… Utilizzando il MES per la sanità, risparmiando gli interessi da corrispondere, si potrebbero usare più risorse sul lavoro, sulla scuola, sui trasporti che in questo momento sono i settori che hanno maggiore necessità.
Inoltre, il presidente, fa continuamente richiami al Recovery Fund (e non è un giornalista!). Bene che se ne parli e che si passi ad approfondimenti successivi. È necessario però non incorrere in “declinazioni”, perché il nome può andar bene per un articolo, come spesso accade anche su quotidiani di livello come Il Sole 24 ore (ne ho scritto anche io, ci mancherebbe!, su queste pagine), ma per un presidente del consiglio è necessario essere precisi.
L’uso improprio che la stampa fa del “Recovery Fund” dovrebbe condurre all’European Recovery and Resilience Facility che è uno “strumento” o, meglio ancora, un “dispositivo” (traduzione dall’inglese di Facility, quindi non fondo o Fund) componente del Next generation EU, approvato al Consiglio europeo del 21 luglio (su progetto della Commissione di Ursula von der Leyen), che ora, però da proposta di regolamento (ex art. 175 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) dovrà trasformarsi in atto giuridico definitivo prima di essere operativo. La proposta è già stata avallata dai ministri in Consiglio e approvata dal Coreper il 9 ottobre. Ora andrà approvata dal Parlamento europeo con la procedura legislativa ordinaria.