ANCHE I RICCHI PIANGONO?

Anche i ricchi piangono? Stando all’ultimo rapporto di UBS e Pricewaterhouse Coopers parrebbe proprio di no, il complesso della ricchezza privata nel mondo, detenuta dai più ricchi, ha raggiunto, per la prima volta nella storia 10.200 miliardi di dollari, il dato è del luglio del 2020, la rilevazione precedente stimava una somma di circa 9000 miliardi.

Anche ai paperoni italiani le cose vanno per il meglio, lo scorso anno erano una quarantina, quest’anno ce ne sono tre in più e la loro ricchezza media è aumentata del 12% circa. L’arricchimento, spiega Forbes italia, sarebbe dovuto principalmente all’abilità con cui i miliardari hanno saputo affrontare le oscillazioni, anzi le turbolenze, dei mercati finanziari dovute alla crisi innescata dalla pandemia.

Il dato di per sé sarebbe di interesse relativo, non fosse che guardando ciò che accade alla base della piramide sociale si incontra ben altra situazione, mentre infatti le classi dominanti al vertice accumulano sempre maggiori fortune chi è più povero sprofonda nella marginalità sociale e nella miseria, mi scuso se il termine, non è elegante ed è passato un po’ di moda, ma sarebbe opportuno ricominciare a chiamare le cose con il loro nome.

Il rapporto 2020 sulla povertà della Caritas, “ Gli anticorpi della povertà”, ci illustra con quanta durezza abbia colpito il maglio della crisi i meno abbienti. La Caritas, con la sua capillare organizzazione nelle parrocchie in tutto il Paese, costituisce uno dei più attrezzati osservatori sui fenomeni sociali, è questo è già di per sé un elemento che dovrebbe spingere la classe dirigente, diciamo meglio, governante del nostro paese a svolgere qualche seria riflessione sul funzionamento del nostro welfare e delle reti di assistenza pubblica. Non c’era un partito che aveva fatto della guerra alla povertà la sua ragion d’essere, o forse era la guerra ai poveri?

Il rapporto descrive la situazione degli assistiti, poco più di 420mila persone, il 40% di questi non si era mai rivolto prima alla Caritas, il momento più critico sono stati i mesi durante il  lockdown, quando si è avuto un 12,5% in più di richieste rispetto al resto dell’anno. Il 55% degli assistiti sono cittadini italiani.

La crisi covid 19, esattamente com’era stato per quella del 2008, si inserisce in un contesto di economie votate alla disuguaglianza strutturale e l’impoverimento che deriva dalla crisi non colpisce ugualmente tutta la società, si abbatte prevalentemente sugli strati più poveri.

Il fenomeno dell’acuirsi della disuguaglianza nelle società occidentali è strutturale, molto complesso e certo non può essere imputato a questo o a quel governo, è piuttosto una responsabilità diffusa delle classi dominanti occidentali dell’ultimo quarto di secolo, che a partire dal 2008 ha visto un complessivo e progressivo peggioramento.

Il fenomeno è di portata internazionale e vede alcuni protagonisti della politica mondiale esserne protagonisti. Il premio Nobel Joseph E. Stiglitz nel suo ultimo saggio” Popolo Potere e Profitti” ragiona su come il Trumpismo altro non sia che una forma rozza ed incolta di Reaganismo, infatti il Presidente Trump  utilizza la leva fiscale esattamente come teorizzava il liberismo degli anni ottanta, abbassando l’imposizione fiscale ai grandi capitali e riposizionando il carico fiscale verso la classe media, privando, contestualmente, i ceti deboli delle forme di assistenza sociale, in particolare di quella più preziosa che tocca il tema delicato della salute delle persone, l’assistenza sanitaria.

Leggendo Stiglitz si comprende come la lacerazione del partito Repubblicano che ha portato alcuni esponenti, in verità abbastanza minoritari rispetto alla base, ad assumere una posizione dura contro Trump, fino alla scelta di non votarlo, è di natura sovrastrutturale e non riguarda le posizioni economiche del Presidente.

Tornando ai temi economici partendo dall’analisi delle politiche neoreaganiane di Trump, l’economista osserva come il solco sociale si crei  per l’assenza del settore pubblico in economia. Scrive nell’introduzione:

 «È necessario abbandonare la malriposta fiducia nella teoria del tirckle down, l’idea che se l’economia cresce tutti ne beneficeranno» 

Il modello ordoliberale, su cui si sono costruiti gli assetti della governance economica dell’Unione Europea è fondato sul forte contenimento del settore pubblico, aggravato da una politica tributaria invasiva. 

Questo è il quadro in cui siamo arrivati ad affrontare la pandemia ed inevitabilmente l’effetto che si è prodotto non poteva essere che quello che descrivono, specularmente, le indagini di UBS  e PWC e  quella della Caritas, un paese in cui chi è ricco lo diventa sempre di più, chi è povero precipita e tutta la classe media rischia di essere colpita dalle difficoltà del sistema economico. Gli strumenti di cui si è dotata la Commissione, per quanto, lo abbiamo riconosciuto, abbiano alcuni elementi rivoluzionari rispetto al rigido assetto ordoliberale delle istituzioni europee, rischiano di essere insufficienti ad affrontare l’ondata di piena che ci travolgerà, né d’altra parte si può comprendere perché un paese debba esclusivamente fondare sul debito la propria ripresa economica, quando una quarantina di nostri concittadini detiene un patrimonio di circa 170 miliardi, più del doppio dei grants accordati all’Italia dalla Commissione Europea per i prossimi otto anni attraverso il next generation plan.

Non si propone di espropriare i superricchi dei loro averi, si tratterebbe di mettere in campo un serio piano di politica tributaria volto a redistribuire il carico fiscale dal lavoro alla rendita, ricordando che il reddito di impresa è reddito da lavoro, ma gli asset liquidi ed illiquidi, i patrimoni immobiliari ecc… che garantiscono il privilegio di una rendita improduttiva, in questa fase, dovrebbero essere tassati.

Occorre il coraggio di mettere in atto un intervento sulla struttura dei rapporti di produzione, lavorare per la creazione di un capitalismo democratico, che consenta la produzione e la distribuzione della ricchezza senza le laceranti disuguaglianze prodotte dai modelli attuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che sia errato proporre trasformazioni strutturali in una fase di crisi acuta, avrebbe torto, sono proprio le grandi crisi che offrono l’occasione di produrre trasformazioni radicali del sistema, d’altronde crisi etimologicamente significa cambiamento, anzi in senso strettamente letterale discernere, giudicare, la crisi economica deve essere l’occasione per giudicare con franchezza il nostro sistema, e valutarlo per quello che è, una macchina per il profitto di una minoranza a scapito della maggioranza.

La Commissione Europea aveva in qualche modo dimostrato di recepire la gravità della situazione, ma gli strumenti messi in atto sono adeguati, forse, a sanare i danni della prima ondata epidemica, per la seconda, sperando non ve ne sia una terza, serve molto più coraggio, occorrerebbe lavorare su un’ipotesi come il piano  formulato dall’economista greco Yanis Varoufakis, che, oltre a prevedere un budget quasi doppio rispetto a quello sino ad ora programmato dalla Commissione, prevedeva l’emissione di eurobond attraverso la BCE, o si ragiona seriamente di questo, insieme a politiche nazionali redistributive, o andremo, inesorabilmente, verso una società sempre più ingiusta.