La morte della Repubblica. Nuove riflessioni

Se si riprendono le biografie mazziniane da De Santis in poi, ma anche la devotissima Jessie Mario, si nota come gli anni della sua giovinezza sono necessariamente sacrificati. Mazziini interessa più nel cuore della sua maturità politica, la sua origine è vaga, se non che sembra uscire dalla testa di Byron, Jessie Mario è pur sempre un inglese, non fa in tempo ad entrare nella carboneria che è già subito fuori. Dobbiamo una qualche maggiore considerazione al giovane Mazzinii a Alessandro Garrone nei suoi rivoluzionari dell’800 e Garrone non può nemmeno dirsi in senso proprio uno storico. Ma Garrone segue meglio di tutti Mazzini in Francia ed il suo rapporto con Buonarroti che è decisivo. Il legame tra Mazzini e Buonarroti non è l’Italia, ma la Repubblica giacobina, Mazzini nacque l’anno in cui cadde quella di Genova di cui la sua famiglia era leale cittadina. Mazzini in Francia sarà ospite dei Cavaignac figli del convenzionale robespierrista che pubblicano il giornale le Costitutional che Garrone definisce l’organo della destra repubblicana a cui è vicino Mazzini appena rompe con Buonarroti. Mazzini quindi segue la coda di Danton opposta alla coda di Robespierre. Qui si vede la debolezza di Garrone storico che crede Buonarroti fedele di Robespierre, come fu in effetti salvo non comprenderne il perché. Buonarroti apre al socialismo ma Robespierre come tutto il Club giacobino cordiglieri inclusi difendono la proprietà privata. Non importa loro nulla di essa in linea teorica e vogliono con Saint Just contenere le ricchezze in una ridistribuzione egualitaria. Ma appena si alza uno per dire che la proprietà privata va abolita, Jacques Roux, lo spediscono alla ghigliottina e su rapporto di Saint Just. La rottura fra Mazzini e Buonarroti e su Roux che Buonarroti recupera. O meglio il Robespierre di Buonarroti è Roux. Ma non è tutto in Buonarroti con l’odio di classe ritorna la dittatura. Qui Mazzini si mantiene vago. Non la respinge, si limita a dire dipende dal dittatore. Tutto il giacobinismo vorrebbe aggrapparsi ad un dittatore ma non li trova mai nelle sue fila, semmai in quella nemiche. Robespierre, il terribile Robespierre è solo un papa. La ragione di questa repulsione per la dittatura, come del resto per il governo è propria dell’essenza del giacobinismo, in quanto fenomeno rousseauiano purissimo. Rousseau inventa il monarca plurale. L’individuo non può essere un monarca non ci vuole più un re ma un popolo di re. La democrazia, la tragedia del giacobinismo. Ora se noi prendiamo la traduzione storiografica nel suo complesso, da Taine ad Israel vediamo come gli studiosi inclinino a fare di Rousseau l’anima nera del giacobinismo, un pazzo per una follia. Israel non ha nemmeno dubbi la violenza giacobina contro la gironda è dettata da Rousseau. Non fosse che la girondina Mabnon e la sua corte era più rousseauiana di Robespierre. E nessuno comunque era più rousseauiano del fogliante Barnave perché a rigori se stiamo alla dottrina di Rousseau paesi della dimensioni della Francia dovevano essere governato comunque da una monarchia. La sua idea repubblicana si rivolge principalmente a stati di dimensioni limitati o meglio ancora a città come erano Atene e Roma. La tragedia del repubblicanesimo è di venir concepito in una dimensione limitata quando deve essere innanzitutto applicato in uno dei paesi più ricchi e vasti d’Europa.

Illustri studiosi del repubblicanesimo del secolo scorso hanno cercato di rilanciarne la formula senza grande successo. Il professor Petit ha elaborato a riguardo tesi ingegnose. La suggestione comune è formidabile: l’idea repubblicana si eleva nella storia dai tempi di Sparta e procede fino ai giorni nostri toccando momenti altissimi. Persino si vuole per l’Italia collocare in questa tradizione Machiavelli che Dante era monarchico e Machiavelli pure sosteneva un principato. Per carità vanno benissimo entrambi. Dante Machiavelli sono parte dell’idea che accompagna quella di Repubblica ovvero patria, nazione, che sotto la monarchia non esisteva. Se poi cerchiamo un lato politico pratico non fra Sparta e noi, ma anche solo fra Sparta e Roma, per non dire Sparta e Atene, andiamo in difficoltà. Le repubbliche fra loro sono diversissime. Il che non ha impedito ad autori come Harlington di vagheggiare un ideale comune ma detto fra noi a parte Petit e qualche altro eletto chi ha mai aperto l’Oceana di Harlington? E se invece l’avessimo letto vedremmo come il modello sognato è la Repubblica veneziana che sì fu prospera e potente, ma anche un’odiosa tirannia. Da qui la domanda che andrebbe fatta al professor Petit ed ai suoi amici, scusate ma come pensate di sviluppare l’idea della Repubblica del non dominio sulla base del modello veneziano che era più oppressivo del regno degli Absburgo? Per non dire che per quanto nobile, è antistorico battersi per edificare una forma di governo che rinuncia al dominio. La Repubblica deve dominare eccome. Per cui l’obiezione più grande che ridurrà Petit a venir dimenticato è data dal buco che egli scava fra un’età e l’altra, Rousseau, le rivoluzioni, inglese, francese americana. Non esiste repubblicanesimo fuori da queste se non l’ombra delle repubbliche antiche perché nemmeno al doge converrebbe la Repubblica Veneta ma solo alle famiglie che la guidavano. D’altra parte uno capisce anche l’arrampicata sugli specchi del buon Petit. Se uno ficca la testa nel ginepraio delle due rivoluzioni europee, tralasciamo quella americana, se la spacca. Ma allora ecco una formula per rilanciare il repubblicanesimo agonizzante, non abbiate paura di rompervi la testa. Anzi diciamo non abbiate mai alcuna paura.