Nel dimenticatoio italiano c’è anche la “svolta liberale” di Giuseppe Zanardelli

Abbiamo da italiani alle volte una immane capacità di mettere nel dimenticatoio chi invece è stato fondamentale per la crescita civile, dei diritti della cittadinanza e specialmente del costituzionalismo nel paese, ed ancora più ingrata si mostra molte volte anche la sinistra riformista, se a questa sua declinazione primeggia chi ha per assunti troppo nobili natali e riferimenti in termini culturali, che nel caso specifico, per Giuseppe Zanardelli, erano il costituzionalismo francese, belga e la cultura civilista britannica del tempo.    

Figlio di un ingegnere che lavorava per il governo cittadino austriaco di Brescia, Zanardelli, classe 1826, si fece infiammare l’animo dal patriottismo anti-austriaco e patriottico dei discorsi milanesi di Mazzini, al punto che partecipò direttamente ai moti del 48 e poi sarà parte attiva, delegato direttamente da Garibaldi, nelle “dieci giornate di Brascia”, inoltre scriveva  su Il crepuscolo del mazziniano Carlo Tenca. 

Nella sua prima parte di esperienza politica, nelle vesti non più del militante quindi ma in quelle di parlamentare e politico tra le fila della “Sinistra Liberale”, quando ci fu intorno alla fine degli anni 70 dell’800 il passaggio dalla Destra Storica alla Sinistra Storica, potette essere prima ministro dei lavori pubblici, poi degl interni con Cairoli, e poi più a lungo ministro di grazia e giustizia con De Pretis, Crispi e de Rudinì presidenti del consiglio; ma sovente erano con questi manifestazioni di dissenso, ad esempio non accettava assolutamente il trasformismo quale corrente politica del De Pretis;  

Sotto il governo Crispi diede il meglio di sé, Zanardelli è stato di fatti l’autore dell’allora molto innovativo codice penale, che tra i tanti meriti abolì la pena di morte in italia (reputandola testualmente “un odioso spettacolo di sangue”), che riconobbe il “diritto allo sciopero”, ed ancora che ne semplifica la forma delle leggi, le quali spiegava “debbono essere scritte in modo che anche gli uomini di più scarsa cultura possano comprenderle”; in seguito amplierà il diritto di voto, si occuperà del diritto alla scuola.  

Di certo non mancava anche di contraddizioni come ogni mortale, ma perfino la “cerimonia del ventaglio”, quella che si tiene da allora alla camera dei deputati  con i giornalisti, oppure la definizione delle sculture che arredano la facciata del palazzo di giustizia, la celebre canzone napoletana Torna a Surriento, sono oggetto  di interesse o vengono ispirate da o a Zanardelli. 

La seconda parte di vita politica, invece, lo vede essere il ministro giusto al momento giusto per il  liberaleggiante e neo-ereditario Vittorio Emanuele III, in seguito all’uccisione del padre Umberto I a Monza, nel Luglio 1900, da parte dell’anarchico Bresci.  Zanardelli si era dimesso più volte da ministro e da parlamentare, sia alla camera che al senato, per protesta contro gli atti e l’atteggiamento liberticida dell’ultimo governo  De Rudinì, di quello militare Pelloux e della pesante mano del generale e monarchico Bava Beccaris a Milano durante i moti, e per questo aveva il consenso da parte anche delle estrema sinistra e dei socialisti, cosa che gli consentì di creare un governo di “Svolta Liberale” nel 1901.  

Questo governo, guidato da Zanardelli con il suo ministro degli interni Giovanni Giolitti, di seguito alla forte ondata di scioperi e del malcontento nascente in quel frangente, attuò una serie di riforme fondamentali: promuove di fatti leggi sulla sanità pubblica, sul godimento dei turni festivi degli operai, sull’ assistenza a pensionati ed invalidi, limita i carichi di lavoro e gli orari massacranti a donne e minori, inizia un programma di edilizia popolare; 

In ultimo, prima che il governo cadrà per effetto del diniego del consenso da parte dei socialisti e le dimissioni di Giolitti nel 1903, ormai settantaseienne, Zanardelli compirà un ultimo atto suscitato dalla sua poderosa coscienza rivolta alla giustizia sociale ed alla civiltà, e sarà il primo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia unito a recarsi materialmente ed intraprendere un viaggio nel cuore del Meridione d’Italia, a Potenza ed a Napoli, per rendersi conto delle cause e dei possibili rimedi alla “questione meridionale”; nella quale occasione dirà :  “piuttosto che espormi a promettere ciò che poi non sarà realizzato, mi impegnerò a realizzare il non promesso“