La morte della Repubblica

La disgrazia dell’ideale repubblicano è di aver avuto a fondamento i due più grandi pensatori dell’epoca contemporanea, Rousseau e Kant. Tale era alta la loro levatura intellettuale che tutti ci si scivolava sopra. Bonaparte generale giacobino e robespierrista divenuto primo console corse ad Ermenonville e disse meglio sarebbe stato che nessuno di noi due fosse mai esistito. Lui rappresentava la dittatura che rimproverava a Rousseau la libertà. Bonaparte infatti capiva benissimo il ginevrino divenuto tanto oscuro ai posteri. Un’ intellettuale brillante come Simone Weil ad esempio, tempo due secoli considerava Rousseau troppo astratto, più o meno come Croce giudicava Mazzini superato. Eppure Rousseau era l’idea stessa della libertà nel secolo dell’assolutismo e questo diede tanto fastidio ai realisti prima, ai socialisti poi. Le cose con Kant andarono ancora peggio. Kant divenne talmente famoso come filosofo che se ne dimentica la sua vena politica che pure era stata tale che Sieyes partiva in carrozza da Parigi per avere un suo consiglio a Konisberg. Kant aveva infatti scritto, prima della Critica, La pace perpetua dove il primo articolo recitava: “la costituzione civile di ogni stato deve essere repubblicana”. Fortuna vuole che nonostante l’oscurità ideologica in cui piombò il Novecento qualcosa si trasmise di quel pensiero tanto che persino nella nostra costituzione, non certo kantiana, ne sopravvive una traccia. Ad esempio la premessa per la quale il potere esecutivo e quello legislativo sono separati. La Repubblica si fonda esclusivamente sulla rappresentanza ed il governo deve essere numericamente ristretto rispetto ad una rappresentanza più estesa. È questo il concetto specifico della Repubblica che va distinta dalla democrazia, il governo è il servo dello stato, ovvero risponde al Parlamento. Sopprimi il Parlamento, rendi il governo capace di legiferare autonomamente ed hai la dittatura, la morte della Repubblica.