Per una revisione storiografica del Risorgimento

Il principale problema storiografico è che la storia viene scritta principalmente dai vincitori ed aprire un varco per una considerazione più oggettiva degli avvenimenti può richiedere anche una mole di tempo considerevole. Se noi stiamo alla principale palestra dei grandi storici dell’età contemporanea, la storia della rivoluzione in Francia, vediamo come sia quasi impossibile prescindere dalle simpatie personali e dalle inclinazioni politiche. A volte sembra di leggere persino una storia diversa a secondo che si apra un libro di Taine o uno di Michelet, tanto é difficile riconoscere lo stesso personaggio di cui si tratta. La storia del Risorgimento italiano è oggettivamente meno significativa su scala mondiale per quanto conti capitoli e studiosi illustri, è molto più analizzata anche per i risvolti internazionali la storiografia del fascismo. Se c’è uno storico italiano di valore mondiale una eccellenza nel campo è De Felice e lo dimostrano i suoi allievi. Se dovessimo prendere invece uno storico del Risorgimento del medesimo livello abbiamo solo Rosario Romeo, con la particolarità che de Felice non era mussoliniano mentre Romeo è un cavouriano convinto. Questa passione per Cavour, per quanto Cavour mostri doti eccezionali, è in qualche modo pur sempre dettata dalla logica del vincitore. Persino Gramsci ne era entusiasta e certo Gramsci non era cavouriano. Il fatto che uno dei capi del marxismo italiano anticipi il giudizio di un liberale sincero come Romeo potrebbe essere la conferma della grandezza del personaggio che supera i confini ideologici. Il problema è che di Risorgimento come di storia in generale Gramsci non capisce quasi niente. Gramsci è una mente brillante ma non è uno storico. Romeo è un grande storico ma prestato alla politica ed eletto nelle fila del partito repubblicano si sente in qualche modo costretto a sfumare idee e fatti soprattutto nella sua versione per il grande pubblico. Il principale avversario sul piano interno di Cavour, l’ipotesi radicale dell’unità nazionale, viene fatta ricadere su Garibaldi. Il discorso tiene perché in fondo Garibaldi aderisce all’Internazionale socialista. Non fosse che Garibaldi non ha nessuna idea politica sua è solo un militare. Per cui quando Garibaldi sostiene ipotesi radicali quelle sono di Mazzini non sue. Il nemico di Cavour al di là del partito d’azione che Cavour aveva in tasca e qui Gramsci vede bene, è Mazzini. Garibaldi dal Volturno è piegato ai voleri della monarchia. Poi il generale ha i suoi colpi di testa, ma si vede bene nella liberazione della Sicilia, quando reprime il moto di Bronte, come sia leale all’interesse della corona. Magari sogna, ma obbedisce. Mazzini no, Mazzini rappresenta una ferita aperta per la monarchia in ogni momento decisivo, dalla terza guerra di indipendenza alla Crimea, sino alla presa di Roma. L’ipotesi che Roma venga liberata dai Savoia porta Mazzini non più giovanissimo alla disperata impresa personale ed al carcere. Garibaldi invece è scomparso. L’alleanza per l’unità d’Italia fra mazziniani e cavouriani, un’alleanza subita da chi vive in esilio si disfa al momento della sua realizzazione come si dovrebbe capire dal comportamento di Crispi. Mazzini resta isolato e contrario al venti settembre e non moralmente ma proprio perché viene imprigionato. Da qui la questione del venti settembre risulta per lo meno controversa anche nei risultati. Ad esempio se si fosse mantenuto il potere temporale altri quarant’anni di c’erto non avremmo avuto il fascismo e comunque il papato sarebbe caduto da:solo a breve senza la tutela della Francia. La centralizzazione monarchica del potere per Romeo era alla base della industrializzazione italiana ed era vero. Il costo repressivo pagato nel Mezzogiorno invece non lo si è messo in conto. Cavour infatti muore anni prima della presa di Roma e pochi si sono interessati ai Minghetti o ai Lanza. Ci siamo invece interessati molto a Giolitti quando era oramai troppo tardi.