La democrazia a rischio

Si potrebbe essere indotti a credere che il comitato per il no che chiude la sua campagna elettorale denunciando il rischio che corre la democrazia, tenda ad esagerare. In fondo si tratta solo di un referendum sul numero dei parlamentari perché mai la democrazia dovrebbe essere a rischio quando si toglie qualche fannullone incompetente dalle camere? Il comitato sbaglia ma non per esagerazione per indulgenza. La democrazia è già stata compromessa, il referendum metterebbe solo il sigillo finale ad un processo che è iniziato più di vent’anni fa con le inchieste di mani pulite. In quell’epoca esistevano più o meno sette partiti ed erano esistiti almeno nell’arco di cinquant’anni, quando nei venti successivi ne sarebbero esistiti più di trenta. Di questi trenta piccoli o grandi che fossero, breve o lunga la loro vita, nessuno era costituzionale. Erano necessariamente estranei alla costituzione della Repubblica che non avevano sottoscritta. Se fu quasi per caso che l’Ulivo in dissolvimento modificò la costituzione con il governo Amato, il centrodestra nel 2005 voleva lasciare un segno tangibile della sua esistenza sulla costituzione. Il punto saliente di questo progetto di riforma era la sfiducia costruttiva ovvero il tarlo di Berlusconi, quello per cui non si può far cadere un governo senza averne una già pronto per sostituirlo, in pratica un vincolo alla libertà del Parlamento. Bocciato quel referendum ci sono voluti dieci anni perché qualcuno riprovasse a mettere le mani sulla costituzione e lo fece Renzi. La ragione principale è sempre la stessa la costituzione va modificata perché ricomprenda i partiti che vivono al posto di quelli morti che l’hanno scritta. E anche Renzi seppure con una qualche organicità proponeva un taglio dei parlamentari con la soppressione del senato. Il senato a tutti gli effetti è una istituzione di origine monarchica e tuttavia il repubblicano Sieyes lo volle istituire in Francia dopo la:stagione del terrore. L’Italia volle il bicameralismo per una ragione analoga, infatti dobbiamo al senato se la riforma Conte di Maio non sia già legge dello stato. Nemmeno a farlo apposta il professor Emilio Gentile, storico illustre, giusto un anno fa discettava di come non occorre confondere con il fascismo i tentativi molteplici di concentrazione del potere ai danni del Parlamento. Egli ovviamente aveva ragione, anche nei giacobini si vuole istituire un governo extraparlamentare, Marat chiedeva la dittatura. Ma se uno chiedeva a Marat chi dovesse essere il dittatore lui rispondeva non io. La stessa domanda bisognerebbe rivolgerla a Conte che è riuscito a sospendere il parlamento della Repubblica come vi riuscì Rocco. Rocco lo fece sine die e dovremmo aspettare gli americani per riaprirlo. Oggi potrebbe bastare un no al referendum.