Una vita con Rossana

Più onesta intellettualmente di gran parte di coloro che rimasero nel partito comunista qualunque cosa la storia dicesse, di Rossana Rossanda sappiamo due cose solo grazie alla sua autobiografia. La prima è che giovanissima fu fascista come vuole la tradizione della borghesia croata. La seconda è che quando venne presentata da Feltrinelli alla poetessa russa Acmatovah come responsabile cultura del PCI quella rifiutò di darle la mano. Curioso come questo episodio così personalmente mortificante per una signorina che si sentiva in cima al mondo, una favorita di Togliatti e veniva schernita da una celebrità vivente sia emerso solo in vecchiaia. Per anni e anni la Rossana scriveva con l’intensità e la passione di una Acmatovah e quella le aveva voltato le spalle. Tanta superiorità culturale disprezzata dal genio. Rossanda sopravvive lo stesso in lei la fede sarà più forte della ragione. È il motivo della fuoriuscita dal PCI. La rottura è sulla invasione della Cecoslovacchia ma perché non si sopportano le critiche all’URSS. Il Manifesto resterà comunista perché stalinista non marxista. Lo si capisce negli anni del terrorismo. I brigatisti rossi non sono il nemico che resta la DC, sono compagni che sbagliano. I brigatisti hanno lo stesso linguaggio che usava Zdanov, fanno parte dell’album di famiglia. È possibile che Rossanda abbia assistito alla trasformazione del partito comunista come ad una tragedia morale prima che personale perché si consumava la fine del primato ideologico. Del resto del sucidio assistito di Lucio Magri dirà che la scelta politica pesò più di quella medica. Rossanda aveva perso la strada e pure continuava a mantenerla. La sua formazione intellettuale era interamente dipendente dal Mann visto da Lukacs, ovvero la borghesia costretta a disattendere la propria missione storica. In verità la stessa situazione travolse il suo proletariato. E lei rimase immobile stretta alla sua penna rossa.