Rampini ci guida tra Oriente e Occidente

Con Oriente e Occidente. Massa e individuo (Einaudi, 2020) Federico Rampini, autorevole corrispondente di Repubblica a New York, passa al setaccio la differenza delle differenze. Quella cioè che spacca l’orbe terrestre tra due poli che, a seconda dei momenti storici, o si respingono o si contaminano reciprocamente creando nuove sintesi e contraddizioni. Non è un istant book dedicato al coronavirus, sebbene il capitolo finale abbia in oggetto la crisi pandemica più grande che il mondo occidentale abbia vissuto dalla Spagnola in poi. A Oriente, invece, pare che ci sia una spiccata abitudine a fare i conti con i virus e i loro spettri. 

Rampini ha il passo e l’esperienza del «nomade globale», avendo vissuto e lavorato per oltre trent’anni fra i tre continenti. Dotato di uno sguardo veloce, colto e fuori da letture precostituite (sive ideologizzate), coglie sfumature e pregiudizi altrimenti non visibili alle nostre latitudini. Ad esempio, che la società cinese è profondamente xenofoba al pari di altre culture dell’estremo Oriente. Sarebbe tuttavia limitante ridurre il racconto asiatico a un solo aspetto. Più opportuno sarebbe invece tarare il tutto sulla figura di Confucio, il padre laico di una civiltà che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe quattro millenni di storia.  

Tra le pieghe del libro, c’è la nuova guerra fredda tra gli Usa e la nuova Cina capital-comunista di Xi. Una conflittualità che ricapitola le troppe polarità del passato e le rilancia nel presente. Attraverso Eschilo noi abbiamo la prima grande e irremovibile narrazione di cosa sia l’Oriente e di quali valori sia portatore. Narrazione che ne fissa la diversità, la distanza, l’inimicizia. Dove l’Occidente greco parla le lingue dell’individualità e della libertà, mentre l’Oriente persiano parlerebbe quelle del dispotismo e della massificazione. 

Una ricostruzione pervicace che al vaglio della storia non è però esattamente vera, perché il metodo di governo persiano fu assai rispettoso delle minoranze. Se esiste un canone biblico lo si deve, in fondo, anche alla possibilità offerta da Ciro il Grande agli ebrei affinchè vivessero sì da dominati, ma secondo le proprie leggi. Eschilo ha tuttavia dettato in maniera carsica l’immaginario futuro, stabilendo un clivage pur sempre utile quando c’è da incendiare conflitti.       

Rampini descrive un viaggio reale che si abbevera di tanta (buona) letteratura: Giuseppe Tucci, Fosco Maraini, Yukio Mishima, Mircea Eliade e Ernst Jünger. Ma anche di musica. In fondo, sono le peregrinazioni indiane dei Beatles a modellare l’immaginario pop a cavallo della guerra in Vietnam. Per non parlare poi di religione, misticismo e pratiche yoga. Da Hermann Hesse al buddismo di Richard Gere, è tutto un innamoramento.

Alla fine, però, cosa ne sappiamo noi di loro? E loro di noi? L’inviato di Repubblica cerca di mettere ordine alla faccenda: «Non ci sono valori da una parte – scrive – e disvalori dall’altra. Tra noi e loro è in atto da due millenni un gioco di specchi rovesciati, immagini manipolate. Occidente e Oriente si fanno un’idea di sé grazie alla contrapposizione, a volte immaginaria. L’identità che diamo all’Altro, per uno scherzo della storia, ogni tanto contribuisce davvero all’immagine che gli orientali hanno di sé stessi. Ma è un gioco dove forse si stanno invertendo i ruoli, e presto sarà l’Oriente a dirci chi eravamo, chi siamo noi».