Non è mai troppo tardi

In questa fase di maggiore presenza in casa, per i motivi che tutti ben conosciamo, ho cominciato a vedere più spesso la tv, che forse avevo un po’ troppo snobbato, ma per mancanza di tempo non per diffidenza. Dico troppo perché è proprio la tv che ancora, come in passato, consente di tastare il polso della situazione della società e di restituire messaggi, certo in modo nuovo rispetto al passato, con nuove formule e strumenti, che ne costituiscono un arricchimento.

Ho così seguito su Raiplay una graziosa fiction del 2014 dedicata ad Alberto Manzi, il celebre maestro che condusse negli anni ’60 la trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi” in cui insegnava a leggere agli italiani, all’epoca ancora in parte completamente analfabeti. La Rai grazie al successo del programma centrò pienamente l’obiettivo pedagogico che si era prefissata portando quasi un milione e mezzo di italiani, giovani e anziani, a conseguire la licenza elementare, un traguardo che sembrava impossibile per molti. L’efficacia dell’idea e la bravura del maestro spinsero ben 72 Paesi nel mondo a riprodurre la trasmissione.  

Ritengo che pur con tutte le sue contraddizioni, che non voglio qui approfondire, la Rai sia un ente formidabile, ricco di straordinarie professionalità, ma nella sua storia ha compiuto delle scelte opinabili.

Il suo ruolo di informazione, di diffusione di una cultura unitaria e di conoscenza è stato fondamentale nella fase del secondo dopoguerra e del boom economico del Paese.

Ma con la fine del monopolio, l’avvento della tv commerciale e l’esplosione del fenomeno Berlusconi degli anni ’80, il suo ruolo di faro culturale ha vacillato. Ciò si è verificato perché la Rai, invece di rafforzare e migliorare il suo ruolo di tv di qualità, ha scelto di appiattirsi sempre più sul livello delle tv private, inseguendo l’audience e svilendo i contenuti. Questa scelta soltanto in parte può essere spiegata dal rischio della concorrenza e dalla paura di perdere fasce di ascoltatori. La Rai, che comunque godeva della tutela della politica, avrebbe dovuto intraprendere un percorso diverso, sicuramente difficile ma possibile: quello di conservare e soprattutto di rilanciare il livello qualitativo della sua produzione. Lavorare sulla modernizzazione del linguaggio e non sulla banalizzazione avrebbe consentito comunque di riconquistare l’audience, magari in tempi più lunghi, con maggiore impegno, mettendo in campo tutti gli esperti e i professionisti disponibili. La qualità non deve rimanere una caratteristica di programmi e di canali di nicchia, ma può riguardare tutti i programmi anche quelli di maggiore diffusione popolare. La qualità non va applicata su argomenti seriosi, ma attraverso lo sviluppo e lo studio adeguato del linguaggio dev’essere applicata a tutte le tipologie di programmi.

Questo non sempre, o meglio non abbastanza, è stato fatto nel corso di questi decenni dalla Rai.

Eppure, ripartendo dall’inizio, “Non è mai troppo tardi”. Proprio in questa fase in cui la presenza dei social media frammenta il linguaggio, l’informazione, la modalità di condivisione dei contenuti, anche attraverso messaggi di banalità, di odio e di violenza inauditi, sicuramente più filtrati prima dello sviluppo dei social media, contaminando tutto, politica, scuola, giornalismo, ripeto, proprio in questa fase il ruolo della Rai potrebbe tornare ad essere fondamentale. La Rai la paghiamo tutti con il canone e allora perché non ripensare al suo ruolo pedagogico per i cittadini italiani? Rafforzare in tutti i canali ma con linguaggi adeguati e innovativi la creazione di contenuti su quegli elementi su cui i cittadini italiani sono effettivamente più carenti: il senso civico, il rispetto del territorio, il senso di legalità, la Costituzione, ma anche lo sviluppo dell’imprenditoria innovativa, le opportunità di lavoro, la conoscenza delle istituzioni e dell’Europa. L’Italia è un paese che soffre ancora una forte disparità territoriale e molti problemi sono spesso dovuti alla mancanza di informazione piuttosto che di condizioni oggettive. Esiste una nuova forma di “analfabetismo” su cui la Rai potrebbe ancora fare la sua parte perché non è vero che sia tutto una questione di “social media”.