Mario Draghi è l’ultima occasione per il Paese

Il discorso di Mario Draghi al meeting di Rimini ha ricevuto, come doveva, gli applausi di rito. Adesso rimane da capire se chi doveva intendere ha inteso. I primi a doverlo fare erano i partiti della coalizione di governo. Ad essi l’ex Governatore Bce ha mandato il messaggio più duro. L’assistenzialismo, ha asserito Draghi, è debito cattivo. La spesa corrente finanziata in deficit trasferisce sui contribuenti il costo di politiche fallimentari, rafforzando invece che rimuovere i vincoli di struttura che affliggono l’economia. La politica dei bonus ha assorbito lo shock della domanda, ma va ora abbandonata con celerità in favore di una politica fiscale dal lato dell’offerta, necessaria per stimolare crescita e produttività. Nel lungo termine, la politica fiscale ha sempre un lato oscuro: i sostegni anticiclici finiscono col ridurre il pricing power delle imprese, mentre gli interventi pro-ciclici finiscono con affliggere la redditività. D’altro canto, la politica monetaria accomodante non può essere la norma: i bassi tassi danneggiano la marginalità delle banche ed erodono il risparmio privato. Per l’Italia, prigioniera della formula bassa crescita-alta disoccupazione ed esposta al doom loop banche-debito pubblico, la priorità non può che essere la produttività: l’aumento della produttività implica una maggiore crescita a parità d’inflazione, o una minore inflazione a parità di crescita, a tutto beneficio di finanze pubbliche e mercato del lavoro.
Draghi ha anche dato una risposta all’antipolitica. È scellerato associare in un riflesso condizionato la crescita con corruzione, disuguaglianza e devastazione ambientale. Alcune regole di fondo, come quelle della globalizzazione, che ha innescato il capitalcomunismo cinese, e quelle dell’eurozona, che ha favorito l’intensificazione dei conflitti commerciali e rallentato la convergenza delle performance economiche degli Stati membri Ue, non hanno superato il test della pandemia. È sbagliato, ha detto Draghi, che il percorso di riforme sia stato imposto dall’emergenza coronavirus piuttosto che intrapreso spontaneamente. Ma ora, la direzione di marcia è chiara: la strada dell’Europa politica, dotata di costituzione e organi rappresentativi della sovranità popolare, è necessaria per dare al blocco la legittimità democratica attesa. Così come gli eurobond emessi dal Recovery Fund iniziano a correggere l’asimmetria strutturale dell’euro. Ma se il debito comune è il prodromo all’unione di bilancio, avvisa Draghi, la solidarietà europea va compensata con la disciplina fiscale. È tempo, dunque, di mettere mano alle riforme strutturali e recuperare il senso dell’interesse collettivo alla gestione della “res publica” per restituire all’Italia la credibilità compromessa nei fora internazionali.
Infine la scuola. Da troppo tempo, beata nella retorica della cultura umanistica, la scuola italiana non forma capitale umano competitivo. La ricostruzione inizia dal basso, con una scuola moderna e meritocratica. Questo carrozzone caracollante è costruito attorno alle necessità politiche di presidi e bidelli, e affidato ad un esercito di precari in attesa di concorsone. Inaccettabile nel XXI secolo. Draghi ha spiegato l’importanza della formazione di base. È il capitalismo intellettuale la rivoluzione silenziosa del terzo millennio. In questo modo, la persona umana recupera un posto centrale nel sistema economico perché la conoscenza torna il motore dell’innovazione di imprese e sistemi-Paese.
Draghi non ha parlato da rivoluzionario utopista, da riformista opportunista, o da liberista pratico. Si è presentato da riformatore, ha superato con un salto le ideologie, e ha delineato un’identità nazionale basata solo sui valori della Costituzione repubblicana. E questo è un messaggio all’area liberaldemocratica. Le forze politiche che si riconoscono in un patto sociale basato sulle regole condivise della democrazia non possono perseguire il velleitarismo dei partiti personali, ma devono convergere in un LDR Italia. C’è il leader. Ed è il migliore