Alexandre Dumas amico “fraterno” di Garibaldi

Universalmente noto come il Maestro del “romanzo storico”, nonché padre dell’omonimo Alexandre Dumas “figlio”, anch’egli nel novero dei più celebri scrittori della letteratura mondiale con il suo La signora delle camelie, Dumas “padre” è ricordato soprattutto per due fra i più grandi capolavori del romanzo ottocentesco Il Conte di Montecristo e I tre moschettieri.

Figlio di una povera tabaccaia, Marie-Louise Elisabeth Labouret, e di un generale della Rivoluzione francese e delle campagne napoleoniche noto col soprannome di “generale Dumas” e con l’eloquente appellativo di battaglia di “diavolo nero”, essendo frutto dell’unione di un marchese francese e di una schiava haitiana, detta dal popolo locale di Villers-Cotterêts – la città di cui i Dumas erano originari – la femme du mas (‘la donna della masseria’), ci sembra molto probabile che proprio da questa particolare congiuntura familiare Alexandre dovette ereditare il carattere fiero e sdegnoso dinanzi ai soprusi e l’amore per la libertà che ne contraddistinsero la persona e l’opera.

Tanto più sicuro, perchè Alexandre dovette avere senz’altro notizia dell’episodio che vide il generale Dumas, suo padre, contrario alla politica imperialistica intrapresa da Napoleone dopo le guerre rivoluzionarie, esporre la sua opposizione vis-à-vis all’allora ancora generale Bonaparte, ritrovandosi – evviva la libertà! – spedito in gattabuia per insubordinazione sino al ritorno in patria dell’armata francese dalla campagna d’Egitto, solo per poi vedersi di nuovo fatto prigioniero, una volta in Europa, sul suolo italiano, da un altro despota, il re di Napoli Ferdinando I.

Entrato giovanissimo al servizio del duca d’Orléans – il futuro “re dei francesi” Luigi Filippo – come copista, grazie alla sua abilità nella scrittura e alla bella grafia, Alexandre cominciò altrettanto presto – si può dire parallelamente – la carriera di scrittore, dapprima attraverso la stesura di sceneggiature e testi teatrali, poi, in seguito, dedicandosi all’attività di romanziere, che ne sancirà la definitiva consacrazione.

Nel 1860, spinto dalla sua passione per la libertà, decise di intraprendere – sulla rotta di Ulisse – un crociera nel Mediterraneo; e, venuto a conoscenza della Spedizione dei mille di Garibaldi – che ammirava -, lo raggiunse via mare in Sicilia deciso ad aiutarlo, mettendogli a disposizione soldi, armi, munizioni e, rifornendo i suoi uomini di camicie…rigorosamente rosse!

Assistette così alla Battaglia di Calatafimi, che ebbe a descrivere poi nell’opera I garibaldini, del 1861. Ed era al fianco di Garibaldi durante il suo ingresso a Napoli, laddove lo stesso lo avrebbe nominato “Direttore degli scavi e dei musei”; carica che ricoprì per tre anni, dal 1861 al 1864, sino a quando, invidie e malumori di alcuni autoctoni che mal digerivano che un ufficio pubblico così prestigioso fosse affidato ad uno straniero, lo costrinsero a far ritorno a Parigi.

L’appoggio dell’amico Giuseppe non venne tuttavia meno, e infatti Dumas fu incaricato da Garibaldi in persona di fondare il giornale d’opinione e di lotta L’Indipendente, di cui assunse anche la direzione; giornale le cui pubblicazioni durarono sino al 1876, e di cui curatore dell’edizione italiana fu Eugenio Viollier, poi fondatore del Corriere della Sera.

Dumas si spense il 5 dicembre 1870, dopo una malattia che gli aveva procurato una semiparalisi, eppure poco prima di morire, nello stesso anno 1870, iniziò la stesura di quello che secondo i suoi intenti sarebbe stato l’ultimo suo grande romanzo storico, dal titolo Il cavaliere di Sainte-Hermine – ambientato in età napoleonica -, a chiosa del nutrito ciclo di romanzi storici cominciato con La Regina Margot I tre moschettieri.

I suoi resti nel 2002 sono stati traslati dalle istituzioni politiche francesi al Panthéon di Parigi; ciò contravvenendo, tuttavia, alle sue ultime volontà di riposare nel cimitero della sua città natale di Villers-Cotterêts, per “rientrare – come ebbe a dire – nella notte dell’avvenire nello stesso luogo dal quale sono uscito dalla vita del passato, in quell’affascinante cimitero che ha più l’aria di un’aiuola fiorita dove fare giocare i bambini che di un posto per far dormire i cadaveri”.

Ultime parole di speranza, queste, capaci – come se non bastasse già l’opera immortale – di avvicinarci a comprendere la cifra umana dell’autore, che – come abbiamo visto – ammiratore e amico dello stesso Garibaldi, fu come lui membro di quella grande scuola di pensiero e del pensiero che è la Massoneria, alla quale fu iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica”; anche se, come dimostrano molte delle sue opere, innegabilmente pervase da uno spiccato sentire latomistico: tra le più esplicite il romanzo incentrato sulla figura di Cagliostro,Giuseppe Balsamo del 1853, i suoi contatti con la realtà della “libera muratoria” dovettero essere, certamente, di molto antecedenti e profondi.