La libica Beirut

Ora che abbiamo appreso dal sottosegretario agli esteri che Beirut è in Libia capiamo che il presidente Conte abbia promesso la riapertura delle scuole senza fallo a settembre. Qualunque orribile minaccia sanitaria possa esserci rivolta, nulla è più temibile dell’ignorare la geografia. Se poi proprio la seconda ondata dell’ epidemia avrà un tale effetto devastante che nuovamente il governo con rammarico e suo malgrado ci richiude tutti in casa speriamo riesca a trovare la sufficiente profilassi per allestire almeno un corso di studi elementari alla Farnesina. Ricordiamo infatti qualche problema di orientamento in sud America anche da parte dell’attuale titolare degli esteri.

Diciamo le cose come stanno, l’Italia dopo Sforza non ha mai brillato in politica estera. Quando il povero Moro fu alla Farnesina fioccavano le barzellette. Andreotti venne sospettato a lungo di aver fatto cadere il DC 9 Itavia per salvare Gheddafi e de Michelis se ne stava con le mani in tasca mentre ospite a Washington suonavano l’inno nazionale statunitense. Ma tutti costoro per lo meno avevano un’idea di nazioni e confini sparsi nel vasto mondo, il che ha un minimo di utilità. Si capisce in compenso l’incredibile entusiasmo di un quotidiano nazionalista come le Figaro per il governo Conte. Mai l’Italia di questo governo decidesse di attaccare la Francia alle spalle è possibile che invada l’Austria. Anche Haftar se la ride e manderà i suoi saluti all’amico Conte dalla Tripoli libanese. Se proprio dovete bombardate quella perché mentre di Tripoli ce ne sono due, Beirut è una sola.