L’Italia al bivio: cambiare è possibile

Conclusi i festeggiamenti per aver evitato la ghigliottina olandese minacciata per diversi giorni da Rutte, il sistema politico italiano deve ora ritornare a concentrarsi sui noti, cronici, strutturali problemi del paese. Forse la sensazione di scampato pericolo può aver giustificato e motivato l’enfasi messa in campo dalla maggioranza nei confronti del “reduce” Conte. Di sicuro da molti anni, e soprattutto da molte riunioni comunitarie di capi di Stato e di governo non si registrava la positiva apertura di credito e di fiducia riservata a Bruxelles nei confronti dell’Italia: la quota più significativa e consistente del Next Generation fund (81,5 MLD di contributi, e 127,5 MLD di prestito a tasso zero, per un totale di 202,0 MLD) viene assegnata all’Italia. Ma sono anche convinto che ciò non vada inteso come un riconoscimento tout court nei confronti del premier; e men che meno come un giudizio positivo verso il nostro sistema politico. Certamente c’è stata una indubbia capacità negoziale di Conte; ma la reale e profonda motivazione per il brillante risultato conseguito nella maratona di Bruxelles discende da 2 concause: la prima di carattere sociale – sanitario, con riferimento alla particolare virulenza in Italia della pandemia, e del forte impatto umanitario conseguente; la 2ª di carattere più squisitamente politico-strategico, e che riguarda la tutela e la prospettiva del mercato unico europeo. In sostanza la Germania, e con essa la Francia, non ritengono più riduttiva (qualora lo avessero mai ritenuto) la funzione del mercato unico, e quindi hanno maturato l’assoluta necessità di preservarlo da eventuali contraccolpi di carattere economico e/o finanziario che potrebbero, anche in minima parte, renderlo vulnerabile. Se queste sono le condizioni di fondo, come certamente sono, allora è evidente che tutta la strategia politica della UE avrà da ora in poi un sicuro punto fermo: nessun paese membro dell’Unione europea, sia esso un piccolo, o la grande d’Italia, potrà diventare una fonte di debolezza e di instabilità nel contesto del mercato unico. Tutto ciò detto, è evidente che la ripartizione delle risorse finanziarie scaturisce, al di là certamente degli aspetti umani e sociali, da questo profondo convincimento strategico. La consistente quota di risorse (circa il 28%) riservata all’Italia; che peraltro è anche il paese che ottiene il risultato di poter conservare, con i suoi 81,5 MLD assegnati, quasi per intero (-3,5 MLD) l’ammontare di contributo già in precedenza prospettato dalla Commissione UE; nonostante la consistente riduzione (da 500 MLD a 390MLD) apportata dal Consiglio al totale dei contributi. Con questi numeri possiamo constatare che per la prima volta l’Italia, con riferimento al nuovo settennato di bilancio 2021-2027, passa da contributore netto a beneficiario netto; ed è L’UNICO dei precedenti paesi contributori netti a conseguire questa positiva evoluzione. E ciò con buona pace dell’arzigogolata argomentazione messa in campo nei vari dibattiti televisivi da Calenda. Va poi aggiunto che per effetto del consistente ammontare di prestiti riservati all’Italia (127,5 MLD), negli anni relativi al settennato del ciclo del prossimo bilancio comunitario, ai tassi a cui attualmente si finanzia il paese con l’attuale spread, l’Italia potrà conseguire un risparmio complessivo di oneri finanziari per circa 9 MLD di euro, migliorando di oltre mezzo punto percentuale l’incidenza sul Pil di tale voce di spesa. Finiti i festeggiamenti di rito, la preoccupazione che incombe è che lo sgangherato e pernicioso sistema politico italiano stia per riprendere le nefaste pregresse abitudini, che hanno prodotto il forte degrado sociale ed economico del paese. L’attuale situazione di crisi sistemica non è “figlia” di un destino cinico e baro, o di fattori od attori esterni che si sono impegnati per danneggiarsi; ma è soltanto ed assolutamente la conseguenza della totale inadeguatezza del sistema e della classe politica che ha governato la Nazione. Di recente Fabio Panetta (ex Banca d’Italia), attuale componente del Board della BCE, ha denunciato brutalmente la responsabilità “di una classe politica che ha prodotto il ristagno dell’economia, che non ha saputo cogliere l’appuntamento con la rivoluzione tecnologica, chi ha investito poco nella formazione del capitale umano, accumulando al pari debolezza e ritardi”. Può questa stessa classe politica, questo identico sistema politico, senza preventivamente ricercare ed attivare chiari elementi di discontinuità e di novità rispetto alla pregressa sciagurata esperienza messa in campo, ritenersi in diritto di rivendicare ulteriori ed importanti competenze nella gestione della nuova fase conseguente al Next Generation fund? La razionalità e la conoscenza degli attori dell’attuale politica porterebbe al drastico e conclusivo giudizio del tutto negativo. È necessario pertanto focalizzare l’attenzione sulla individuazione di protagonisti che possano innervare un nuovo modello di gestione dello Stato, tutto proiettato verso l’innovazione, lo sviluppo, la crescita, la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente; abbandonando lo schema di sviluppo fallimentare che ha finalizzato l’impiego del capitale all’incasso della cedola elettorale, attraverso il trasferimento diretto delle risorse finanziarie disponibili dallo Stato ai cittadini; e non all’aumento della ricchezza del paese. Servono attori protagonisti che abbiano in sostanza la chiara, forte e convinta visione di un futuro dell’Italia incanalato su binari alternativi all’esperienza sino ad ora messa in campo. Se il premier Conte saprà incarnare questo anelito di modello alternativo della politica nazionale, allora la costruzione dello schema operativo imposto dal Next Generation fund potrà avere la sua persona come fulcro e garante del cambiamento e del rinnovamento. Il problema centrale oggi non è quello della diagnosi dei mali del paese: sono tutti noti da tempo; come sono noti tutti i fallimenti che si sono registrati con i tentativi sino ad ora messi in atto per cambiare il nostro modello e sistema di sviluppo. Perché nonostante siano stati tentati ben 9 interventi di riforma della pubblica amministrazione, oggi l’Italia è ancora il fanalino di coda dei paesi della UE. Perché nonostante diverse riforme della giustizia ancora oggi il nostro paese è additato come il modello più negativo di funzionamento della giustizia tra i paesi dell’OCSE. Perché l’Italia dispone del peggiore sistema infrastrutturale, e nel contempo è sottoposta ai rischi incombenti di forte degrado delle strutture esistenti, e della decadenza del territorio e dell’ambiente: nessun altro paese del mondo occidentale si caratterizza per tali specificità fortemente negative. Gli stessi partiti politici che hanno fallito, e che sono responsabili di questi mali dell’Italia, oggi si accapigliano, contestandosi ed accusandosi a vicenda, rivendicando singolarmente una (inesistente) taumaturgica capacità di impiegare (o dissipare?) le consistenti risorse economiche che la mera fortuna mette oggi a disposizione dell’Italia per poter “risorgere” . Servirebbe l’Altra Politica, l’Alta Politica, che non c’è; e che neanche noi siamo riusciti a costruire.