Recovery Fund, slitta ancora il negoziato

Una decina di giorni fa, forse passato sotto traccia, c’è stato il cambio al vertice dell’Eurogruppo, organismo centrale nella amministrazione economica del gruppo dei Paesi aderenti alla moneta unica. Al posto di Mario Centeno, che aveva già annunciato verso la metà del mese scorso che non avrebbe ripresentato la propria candidatura, abbiamo, per i prossimi 2 anni e mezzo, un irlandese, Paschal Dohonoe.
I ministri dell’economia e delle finanze hanno dovuto attendere due turni di votazione prima di tirare fuori il nome del nuovo responsabile, che avrai compiti non irrilevanti, tra questi la gestione della transizione dalla sospensione alla riattivazione, modulata diversamente, del patto di stabilità. Dohonoe era in ballottaggio con la ministra spagnola agli esteri, Calviño, socialista. Soprannominato il “prudente” appartiene a un paese e a un partito ma sopratutto a una linea di “condotta” che è “maggioritaria” ed estremamente condizionante.
Due teste pensanti, sia chiaro, di grande livello, in competizione, due blocchi di paesi in “gara” per determinare la successione, ma due “filosofie” diverse. Non trovo inutile sottolineare come l’Irlanda e la Spagna hanno vissuto momenti di una incredibile drammaticità, dalla speculazione immobiliare alla conseguente bolla esplosa alla vigilia della crisi economica dovuta al crollo finanziario della Lehmann brothers americana nel 2008/2009.
L’Irlanda, al “verde”, con un sistema bancario fortemente in pericolo, un debito pubblico previsionale raddoppiato in 2 anni (fino a sfondare il 100%), il 22 novembre 2010 comunicò ufficialmente di accettare un prestito di 85 miliardi di euro da ripagare con interessi, 35 di sostegno e liquidità alle banche e 50 per finanziare la gestione della spesa pubblica.
Il risanamento è stato possibile con una “oculata” politica fiscale che non ha mai apprezzato quel che oggi è di necessità virtù, europea, non irlandese, un dumping nocivo da evitare tra paesi e soprattutto una politica ancora lontana dal trovare soluzione sulle risorse proprie a partire dalla tassazione sul digitale, sui giganti del web. Questa politica è conforme a quella, per altri versi certo, di un paese che ha sostenuto la candidatura di Dohonoe, l’Olanda. Gli Orange oggi sono il più irriducibile dei cosiddetti Paesi frugali che si oppongono, aprendo progressive e certe ulteriori crisi drammatiche di liquidità nei bilanci pubblici dei paesi europei. Il Consiglio europeo in corso vede ancora una volta austerità e necessità contrapposte, e qui la memoria dovrebbe giustificare una convergenza.
L’Irlanda col suo candidato ha ricevuto ciò che al merito va riconosciuto. L’Olanda ha già messo le “mani” sulla sorveglianza e la gestione del patto di stabilità, aggiustando una “pressione” politica sull’Eurogruppo, ora condiziona non solo il futuro della ripresa in Europa con il programma della Commissione, con il Next Generation EU, ma anche il bilancio pluriennale 2021/2027. Il sistema manifesta quella distorsione tipica delle organizzazioni intergovernative, quella perversa arroganza del metodo che vede nel “veto” strumento per affermare il nazionalismo olandese. Sappiamo quanto oggi la partita sia in bilico, con Italia e Spagna da una parte, Olanda e paesi frugali dall’altra e la Germania a mediare. Quando fu salvata l’Irlanda la logica fu quella di preservare la stabilità economica e monetaria, una solidarietà di fondo. Che la storia recente aiuti Rutte.