Stato di Emergenza, a tutto c’è un limite

Dopo aver seguito le orme di Luigi XVI, convocando dei sofisticati quanto inutili stati generali, ora il Presidente Conte ha deciso di indossare i più comodi panni di Luigi XIV, Luigi il grande, il Re Sole, infatti inorgoglito dai molti riconoscimenti ricevuti per la gestione della fase 1 ha deciso di farsi epigono del monarca francese, adottando il noto motto l’État, c’est moi, certo il nostro presidente ha dovuto accontentarsi di un  più freddo: “ prosecuzione dello stato di emergenza nazionale”. In effetti in regime di democrazia liberare attribuirsi i “pieni poteri” non è semplice e bisogna ben motivarlo, la sciagura di una eventuale nuova ondata epidemica sembra un più che ragionevole argomento. Nonostante sia un fine giurista il Presidente si è distratto, un peccato veniale con tutto ciò che ha da fare pover’uomo, e non si è ricordato che, nonostante il ventennio berlusconiano ed il tentativo referendario renziano, il nostro è ancora un sistema parlamentare, immaginare un percorso di ulteriore delega all’Esecutivo, conferendogli il potere di disciplinare con provvedimenti amministrativi questioni che attengono ai diritti fondamentali delle persone è inaccettabile. Il professor Sabino Cassese ha rilevato come lo “stato di emergenza “ debba necessariamente essere limitato del tempo, in caso contrario perde i requisiti di eccezionalità previsti dalla nostra Costituzione. La considerazione del costituzionalista, al di là della indiscutibile competenza di chi la esprime, è evidente anche sul piano semplicemente logico, ed è grave che il Presidente Conte abbia sentito la necessità di affermare che si sarebbe confrontato in parlamento solo dopo le proteste sollevate da molti, non solo dalle opposizioni, ma anche da costituzionalisti, osservatori autorevoli della politica e soprattutto della seconda carica dello stato. La Presidente Casellati ha giustamente richiamato il premier alla necessità di coinvolgere il parlamento su una questione così delicata. La questione è talmente ovvia che, per esempio, Pedro Sanchez, che pure sta valutando di prorogare lo stato di emergenza ma non fino a dicembre, non ha neanche preso in considerazione di poterlo fare senza un voto delle Cortes.

Non c’è da stupirsi il tessuto politico italiano è molto più degradato di quello degli altri Paesi europei, ma c’è un limite a tutto!

Mi sento però di rassicurare chi ha visto nella scelta di Conte una qualche pulsione autoritaria, intendiamoci la preoccupazione non è del tutto infondata, il partito di Conte, i cinquestelle, sono pervasi da una cultura illiberale e da una gretto giustizialismo forcaiolo, quindi è legittimo attendersi che non siano dei paladini della democrazia liberale e delle sue prerogative, ma sono certo che non siano questi sentimenti ad animare il ragionamento di Conte. Il problema del Presidente del Consiglio è l’autunno, tutti gli osservatori, a partire dal più autorevole, il Governatore Visco, concordano sull’analisi dei dati macroeconomici, da settembre il tracollo del PIL diventerà chiaramente visibile e percepibile, Conte va a fare il giro delle sette chiese fra le capitali europee in vista delle trattive sul programma Next Generation, ma non ha un abbozzo di vera idea su come utilizzare quelle risorse, verrebbe quasi da dare ragione a Sebastian Kurz, l’antipaticissimo premier austriaco, che però pone un tema vero quando ci irride spiegando che non è questione di quanti soldi destinare all’Italia ma di non usarli per il bonus vacanza. Quanto ancora il governo potrà prorogare il blocco dei licenziamenti, un provvedimento sovrastrutturale per un problema drammaticamente radicato nella struttura produttiva. E allora non sapendo che fare o, cerchiamo di essere ottimisti, essendo ancora in piena fase: “stiamo lavorando per voi”, come gestire l’impasse? Naturalmente ricordando ai cittadini che c’è stata la pandemia, anzi in realtà c’è ancora, siamo in drammatico pericolo e quindi il Governo proroga lo stato d’emergenza, ci vuole spaventati come a marzo ed aprile, così forse Palazzo Chigi riuscirà a navigare fra le tempeste dell’esplodere della crisi economica e l’instabilità della sua maggioranza, nata per il triste terrore del celebrarsi di eventuali elezioni  e condannata dai nefasti eventi del 2020 a restare unita a prescindere dalle divisioni.

Conte però sta scherzando con il fuoco, la storia insegna come il popolo italiano sia disponibile, senza troppe remore, a siglare il patto leviatanico della rinuncia alla libertà in cambio non già della sicurezza ma della semplice promessa di questa. Il sistema democratico ed i suoi presupposti sono fragili, in tutto l’Occidente, affermare con tanta superficialità che le procedure democratiche costituzionali non consentono la gestione di una situazione di difficoltà, anche estrema, significa affermare con grande leggerezza che democrazia e libertà non sono beni supremi dal valore assoluto, ma sistemi superabili a cui si può rinunciare se lo si ritiene necessario, per un tempo indeterminato. I democratici italiani sono chiamati ad un compito particolarmente arduo in questa fase, anche perché non neghiamolo la maggioranza dei cittadini fatica a comprendere battaglie di principio, devono denunciare che il re è nudo e che l’allarme che giustificherebbe la necessità di prolungare lo stato di emergenza è in buona parte un arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dalle difficoltà politiche del governo, e devono, soprattutto, ingaggiare una difficile battaglia culturale per spiegare all’opinione pubblica che il diritto alla salute e la tutela delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione non sono, e non possono essere, in contrapposizione e che non si può rinunciare alle une per l’altro.