Da Merkel a Michel, l’UE al “conflitto” di interessi sul Recovery Fund

La cancelliera Merkel è intervenuta mercoledì 8 luglio al parlamento europeo. Obiettivo, presentare non solo il semestre di presidenza del consiglio UE, che tocca alla Germania, ma anche per ricordare un principio, quello di solidarietà comune, che la Merkel applica, oggi, alla rapida approvazione del Recovery fund, perché bisogna evitare – sottolinea – “l’abisso della crisi economica” possibile solo con “un accordo entro l’estate, ma serve un compromesso”.
Un compromesso. Come ogni passo fatto fino ad ora, nell’universo istituzionale dell’unione. Rafforzare l’unione significa proteggere i singoli Stati, dalla crisi si può “capire la prospettiva dell’altro”? Uso il virgolettato perché l’invito è sempre della cancelliera, la formula dubitativa è la mia. “Saremo più forti di prima se rafforziamo la visione e il senso di comunità, nessuno esce da solo dalla crisi”.
No, non si può perché la ripresa deve riguardare tutti gli stati, in particolare di quelli che sono stati maggiormente interessati. In un’intervista al Corriere, il capo del governo spagnolo Pedro Sanchez ha parlato di “alleanza”, un patto tra Italia e Spagna, convinto che se avrà successo in questo fase, vedremo gli Stati Uniti d’Europa. Prima di questo però è necessario vincere gli egoismi di alcuni stati membri che – riprendendo ancora la Merkel – “stavano aspettando di usare questa crisi per i loro fini”.
Per vincere contro i “nazionalismi” dei paesi definiti “frugali” è bene che si abbia ben chiara la dimensione della crisi economica “più profonda e molto più vasta di dieci anni fa”, quando “alcuni Stati hanno visto salire alle stelle la disoccupazione giovanile, una caduta senza precedenti degli investimenti pubblici, che ha danneggiato le infrastrutture in modo severo e per molti è stato trauma. Però non è necessario che sia ancora così. Se facciamo le cose giuste possiamo uscire dalla crisi più forti”, ha replicato al parlamento europeo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Mette in guardia sullo sforzo ancora da completare da parte dei paesi Ue anche il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel in vista del meeting del 17 e 18 luglio, secondo (e forse, quindi, non ultimo) dopo quello di giugno. Il Recovery Fund ha una dimensione proposta (dalla Commissione) pari a 750 miliardi (fino al 2024), associati a un quadro finanziario pluriennale (2021-2027) pari a 1100 miliardi.
Come ha confessato Michel alcuni paesi mettono in discussione proprio la dimensione del bilancio, altri sostengono che gli sconti o “rebates” sono ormai fuori luogo, come il. Recovery fund, “non tutti sono concordi nel dire che vada accettato l’importo proposto dalla Commissione”.
Qui, personalmente, una riduzione della consistenza potrà anche essere accolta, si parla di 100 miliardi in meno, che però andrebbero a pesare sulla “quota” dei sussidi, che i soliti noti, sono non solo sbagliati, perché aprono le porte a elasticità (o presunte tali) sul debito nazionale, ma non sarebbero in linea con una ripartizione equa, laddove invece, a lor signori, dovrebbe stare a cuore, appunto, il principio di solidarietà, di cui si informano i trattati nei momenti di crisi, in particolare, come questa, che sappiamo ormai essere stata simmetrica nella diffusione, asimmetrica nell’impatto Paese. Michel non è in linea con la Commissione, evidenziando ancora una volta un palese contrasto di interessi tra la dimensione comunitaria e quella intergovernativa, sulla “quota” prestiti; questa propone l’ammortamento non durante questo bilancio ma in quello successivo, Michel invece dice “forse sarebbe utile proporre di cominciare prima la restituzione”, invitando però tutti a fare “un passo verso gli altri”. Senza distinzione, ovviamente, quando invece, sarebbe stato più utile un “richiamo” più idoneo verso Olanda, Danimarca, Austria. Ma questo è un altro capitolo, solo un leader con una visione realmente sovranazionale avrebbe potuto fare.