Lucciole per lanterne

È una solfa tediosa e urticante, quella che da settimane continua a celebrare Conte come il provvido salvatore, la manna dal cielo che ha tolto l’Italia dai guai.
Perché se vogliamo leggere con consapevolezza, razionalità e attenzione quanto è accaduto in questi mesi otteniamo esattamente il contrario: sono proprio Conte e il suo governo ad averci infilato nei guai. O meglio, ad aver aggravato la situazione.

È un fatto puramente emotivo e irrazionale l’opinione diffusa che il premier sia stato bravo a gestire la pandemia. Piuttosto, i numeri dovrebbero farci riflettere.

Anzitutto, i 35.000 morti. Siamo il terzo Paese al mondo per numero di decessi in rapporto alla popolazione e il quarto nei numeri assoluti: prima di noi soIo gli Stati Uniti, il Brasile e la Gran Bretagna. Cioè i pionieri della spavalda irresponsabilità (Trump, Bolsonaro) o dell’immunità di gregge (il primo Johnson).
Si dice che scontiamo l’esser stati i primi a fare fronte all’epidemia, ma si è scoperto che non è vero: il “paziente zero” e i primi focolai risalgono a gennaio e sono della Germania, che non ha patito la stessa nostra emergenza perché ha saputo prevedere e prevenire il problema, dimostrandosi ancora una volta maestra di organizzazione ed efficienza.
Se c’è da erigere un monumento alla difesa dalla pandemia, va dedicato ad Angela Merkel, non certo all’Italia di Conte che, impreparata di fronte al problema, ha collezionato una catena di errori, pasticci e cattiva informazione che, uniti alle carenze strutturali, hanno prodotto questo disastroso bilancio di vittime.

Ma poi c’è il fattore economico. Tutti questi morti, a che prezzo?
Il lockdown totale e a tappeto ha provocato il blocco o il rallentamento di quasi tutte le attività, con un contraccolpo impressionante sui conti pubblici. Il PIL, praticamente inchiodato ad uno statico +0,1% prima del virus (che fotografava un Paese fermo malgrado l’uscita dell’Europa dalla crisi) è stimato in picchiata per il 2020: tra il -9,5% e il -13!
Per contro, il sostegno al blocco dell’economia ci sta costando centinaia e centinaia di miliardi di euro con un debito/pil stimato tra il 155 e il 170%, salito cioè di circa 30 punti in pochi mesi. Una cosa inaudita, se pensiamo che 30 punti li abbiamo visti crescere in 20 anni di politiche altalenanti, tra spese e tagli. Senza contare che, rispetto ad altri Paesi come Francia e Spagna, che pure hanno visto crescere questo rapporto, a noi l’interesse sul debito costa di più. Debito alto, interesse elevato. Un macigno sulla via della ripresa.

Si poteva fare diversamente? Certo che sì.
Non ce lo insegnano solo Paesi bravi come la Svizzera e la stessa Germania, ma lo indica da sempre l’analisi dei dati della mortalità dell’ISS. Dati noti e diffusi giorno per giorno e stabili nelle percentuali già dopo le prime settimane.
Questi dati hanno sempre parlato di un virus che non ha ucciso chiunque e ovunque, ma ha agito in modo assai settoriale.
– Al nord (84,4% dei morti, il 49,5 in Lombardia) e non al centro-sud (15,6%).
– Gli over 60 (95,4%, età media 80 anni) e non gli under 60 (solo il 4,6%, e solo l’1,1 sotto i 50 anni). Piccolo inciso, gli under 60 sono la forza-lavoro.
– I già malati (il 95,9% aveva almeno una patologia grave preesistente, il 60% ne aveva ben tre).
Infine, una percentuale assai rilevante dei decessi è avvenuta nei centri ospedalieri e nelle case di cura, cioè i principali propagatori del virus (di qui anche l’alta contagiosità nel personale sanitario e l’alta mortalità tra i medici, molti dei quali richiamati al lavoro dalla pensione, in piena emergenza).

Dati dunque che non lasciano dubbi. Dati su cui, dopo le prime settimane di chiusura totale, il governo avrebbe dovuto mettere la testa. Sia per cominciare a veicolare un messaggio diverso, meno terrorizzante e funzionale a diversificare gli interventi, sia per concentrare il programma di protezioni soprattutto sui deboli, sulla fascia di persone a rischio, sulle aree geografiche critiche. Modulando i provvedimenti, liberando così una parte dell’economia, assicurandosi qualche entrata ed evitando di gettare denaro a pioggia a sostegno di tutto.
Se questo piano di protezione mirato non lo ha fatto prima, a maggior ragione dovrebbe predisporlo ora, in previsione di una possibile recrudescenza autunnale del fenomeno. Ma non se ne parla, siamo ancora agli spauracchi generalizzati. Se torna il virus, ci rinchiudiamo ancora tutti in casa? Una follia.

Dunque appare chiaro che, reduce da questo panico, il Paese si senta salvato da un governo che ha debellato il Covid. Non guarda più i danni, non capisce bene dove e come il virus abbia effettivamente colpito. Non si domanda se giocarsi tutto fosse davvero la sola e unica via. In molti casi è stato perfino ben felice e appagato dal nuovo regime casalingo. E così ringrazia il suo salvatore. Un salvatore che sta svuotando le casse dello Stato “per il suo popolo”, per tenerselo buono, per coltivare quel clima di paura che tanto fa comodo a chi governa, perché evita che si usi la testa e si facciano magari quattro conti utili a comprendere il disastro che abbiamo attorno.
È l’esito scontato della stagione populista.

E il bello viene adesso. L’invincibile Conte regala, incentiva, finanzia, assiste, protegge. Promette anche ciò che non ha. E il Paese incantato lo adora. Quando ci sveglieremo sarà un nuovo incubo. Per noi e soprattutto per i nostri figli, che pagheranno il conto.