In Italia non ci sono unicorni

In Italia non ci sono Unicorni, no non ho intenzione di indossare una cotta di maglia e avventurarmi alla ricerca della sospirata madonna che ristora le membra stupende in limpida fonte, custodita dai magnifici destrieri dal bianco manto e dal lungo corno posto sulla fronte. Gli Unicorn sono le aziende start up che superano il valore di un miliardo di dollari, secondo le ultime stime nel mondo sono circa 326 ed operano nei diversi settori dell’economia dell’innovazione. Alcune hanno sviluppato piattaforme e-commerce, altre servizi internet, cybersecurity, altre piattaforme di servizi per mobilità e logistica, un unicorno molto noto, direi famigerato, è Uber.

Gli ecosistemi prediletti da queste “creature” sono Stati Uniti e Cina, ma anche il Regno Unito ha contribuito insieme ad India, Corea del Sud e, naturalmente, nell’Europa continentale la Germania.

La sfida più affascinante è certo quella raccolta dagli unicorni che stanno sviluppando tecnologie connesse all’intelligenza artificiale, sono aziende cinesi e statunitensi, si tratta di tecnologie proiettate verso un futuro meno remoto di quanto si possa pensare.

Non sono certo che gli unicorns sarebbero ciò di cui ha bisogno il nostro Paese, il nostro attuale sistema industriale e finanziario non è neanche lontanamente in grado di sostenere un ecosistema in cui potrebbero svilupparsi, ed in ogni caso il nostro capitalismo ha caratteristiche che lo rendono lontano anni luce dalle economie in cui si produce innovazione, in grado di essere valorizzata sui mercati finanziari a quei livelli. Il professor Aldo Bonomi coniò la nozione di capitalismo molecolare per definire le caratteristiche della struttura economica italiana, in particolare del nord, una complessa rete di micro e piccole imprese inserite in complessi sistemi di filiera. La nostra è l’economia delle multinazionali tascabili, definizione meno scientifica ma chiara, si tratta di tutte quelle PMI che fatturano fra i dieci ed i cento milioni di euro, che esportano, intrattengono rapporti con aziende internazionali e sono il punto di snodo delle reti complesse del capitalismo molecolare, in quanto queste diventano clienti di piccole e microimprese del territorio, formando le catene del valore.

La politica di innovazione chiacchiera molto ma di azioni concrete se ne vedono poche, il ministro Di Maio quando si occupava di lavoro nel governo gialloverde volle con forza l’istituzione di un fondo presso Invitalia dedicato alle start up innovative, peccato abbia usato per istituirlo le risorse che erano destinate alle reindustrializzazione dell’ex Embraco, ottenendo così il brillante risultato di provocare due disastri: da un lato ha messo in competizione industria manifatturiera ed innovazione, creando un danno che tutt’oggi è da gestire con centinaia di lavoratori che rischiano di trovarsi disoccupati, dall’altro ha creato una struttura burocratica che non ha favorito una diffusa e capillare nascita di start up innovative.

L’attuazione di politiche industriali finalizzate all’innovazione è centrale, si è discusso dieci giorni dei contenuti per l’Italia di un piano che si chiama Next Generation ed a nessuno, parti sociali incluse, è venuto in mente  di ragionare seriamente di spin off universitari, incubatori di imprese, laboratori di ricerca e sviluppo pubblico-privato, trasferimento tecnologico fra grande impresa e PMI. Il piano Colao qualche suggestione su questo terreno la offriva, non arriverei alla categoria della utopia a cui è ricorso Oscar Farinetti, ma suggestioni sì, peccato non offrisse soluzioni concrete, cosa che da un topo manager del settore ICT ci si sarebbe atteso.

In Italia si fa molta innovazione di processo, pochissima innovazione di prodotto quasi non c’è ricerca precompetitiva. Se vi fossero progetti e prospettive serie su questi terreni il nostro sistema istituzionale acquisirebbe credibilità in Europa e la strada verso il recovery fund sarebbe in discesa, per altro la stampa italiana continua a chiamarlo recovery ma è il Next Generation Program, la scelta di un nome non è mai una questione irrilevante o banale.

Ho deciso, indosserò la cotta di maglia e andrò a cercare la mia dama ed il suo fatato destriero, sono certo che in Italia ho più possibilità di incontrare un bosco fatato ed un mitico unicorno che di ascoltare una discussione seria di politica economica.