Produttori e burocrati

L’apparato burocratico è necessario per il buon funzionamento dello Stato e delle Istituzioni, su questo possiamo concordare, ma il discorso non può finire qua. Perché la burocrazia non deve diventare un’ideologia, una piovra o un dogma astratto a cui il cittadino è obbligato a sottostare fino all’impazzimento. L’attuale sistema, infatti, è rappresentato da quel Potere egemone che ha creato l’alleanza tra tecnocrazia e burocrazia togliendo così respiro, inventiva, creatività , originalità, umanità all’intero sistema. Anche la partitocrazia di oggi è, ancor più di ieri, un apparato burocratico, amministrativista, illiberale. Tutto è fermo, immobile, pesante affinché possa dominare una burocrazia elefantiaca, soffocante e ansiogena. Non a caso, i cittadini vengono obbligatoriamente sottomessi a logiche sistemiche rigide e inutili, dettate da qualche mente burocratica e tecnocratica. La mentalità burocratica è, purtroppo, una mentalità astratta, omologante, uniformante, standardizzante e spesso procede attraverso astrazioni costruite secondo criteri che sfuggono, secondo un impianto costruito da qualche cervello anaffettivo, staccato dalla realtà, distante dall’essere umano, lontano dalle esigenze umane e dagli scopi o dai principi di una democrazia liberale. Le mentalità burocratiche, infatti, rifuggono e combattono ogni innovazione, se non quelle relative a carte da presentare, modelli da compilare, fogli da riempire, oltre a rispondere attraverso schemi, test, quiz, crocette e lacci o laccioli di ogni genere. La mentalità burocratica, in genere, cerca di ottenere uno spazio al solo scopo di occuparlo e dominarlo assoggettando il cittadino. Inoltre, la burocrazia fa dello scaricabarile il connotato di una intera carriera, punta alla compiacenza del leader o del capo, è dominata da personalità gregarie che fuggono dalle responsabilità e si sottraggono dal rischio di assumersi un pensiero autonomo e personale. Ecco perché si parla anche di partitocrazia. Quindi, la politica – per rinascere – va liberata dai burocrati della partitocrazia e restituita ai politici preparati, politici culturalmente formati, politici produttori, cioè a chi ha idee, proposte, capacità di ascolto, forza di elaborazione. La politica va restituita a coloro che sono capaci di aprire nuove strade, di tentare percorsi altri, di uscire dal pantano statalista dei burocrati di apparato o di partito. Solo così si potrà conquistare il carattere di una democrazia libera e liberale. Una burocrazia elefantiaca, conformista e paralizzante, invece, domina nel Palazzo fin dentro i più nascosti gangli dello Stato italiano. I politici stessi, non tutti per fortuna, si sono trasformati in burocrati di parte o di corrente. Del resto, sono stati nominati dall’alto. Ma quel che è peggio, la mentalità dominante tra gli esponenti di oggi della partitocrazia ha trasformato molti degli attuali politici in dei veri e propri burocrati di regime. E la memoria, allora, va a chi, di questa battaglia alla burocrazia parassitaria ne ha fatto un serio e convinto motivo di lotta oltre che di studio. Quasi dieci anni fa, purtroppo, nel luglio del 2010, ci lasciava una delle menti più illuminate e coraggiose che l’Italia abbia conosciuto nell’ultimo mezzo secolo. Mi riferisco a Luigi De Marchi. Luigi De Marchi individuava la lotta tra Produttori e Burocrati come uno dei punti nevralgici per comprendere le prospettive verso cui indirizzare il cammino riformatore del pensiero e dell’azione liberale, oltre che dell’ideale repubblicano. Individuava, cioè, nel carattere e nella mentalità di queste due differenti categorie sociali, Produttori e Burocrati, il nodo centrale che una politica riformatrice avrebbe dovuto conoscere, affrontare e sciogliere. Sosteneva che le dimensioni e le articolazioni dell’apparato amministrativo del nostro e di tanti altri Paesi avrebbero avuto bisogno di essere snellite attraverso una razionalizzazione complessiva del sistema burocratico divenuto ormai elefantiaco e insostenibile. Anche se, da uomo intelligente, De Marchi riconosceva l’importanza fondamentale che l’amministrazione pubblica riveste all’interno della società e dello Stato. Considerava una priorità questa battaglia di “umanizzazione” della burocrazia. La sua teoria liberale, infatti, prendeva forza dall’esigenza di una necessaria riorganizzazione dell’intero sistema della pubblica amministrazione. De Marchi riteneva che si dovesse promuovere, all’interno della classe burocratica, un’altra mentalità. Per questa ragione, indicava una strada liberale e meritocratica che portasse gli impiegati e i funzionari pubblici verso un modo più responsabile di porsi di fronte ai problemi del loro lavoro, così da migliorare il servizio al cittadino. E migliorare anche il proprio lavoro.