Viva la maestra

Ci sono cose, apparentemente minori, che rivelano questioni di valenza generale e significati maggiori. Questa volta il fatto minore ha preso forma su un prato: con le scuole chiuse la maestra ha riunito i bambini della sua classe, ha portato con sé qualche libro, steso una coperta e li ha intrattenuti; è esagerato dire che ha fatto lezione, vista anche l’età degli scolari, di più: ha fatto scuola.
Un sindacalista la riprende, perché, sostiene lo scriteriato, così facendo scredita i colleghi (quello disse “le colleghe”, che è vero sono in gran parte donne, ma l’uso del femminile è, in questo caso, un errore da matita rossa). Insomma: fare è oltraggioso nei confronti di chi non fa. Già solo questo dovrebbe far gridare: Viva la Maestra Francesca. Ma non è finita qui.
Avendolo fatto osservare è capitato che molti si siano uniti al plauso, ma non pochi abbiano prediletto il mugugno: chi l’ha autorizzata? perché non sono state rispettate le regole anti assembramento? chi si assume la responsabilità dei bambini? Nell’ordine: non serve l’autorizzazione di qualcuno per mantenere viva una classe; le regole sono state rispettate, comunque più che al bar o al negozio di alimentari; se anziché parlare a vanvera avessero osservato le foto si sarebbero accorti della presenza di alcuni genitori, perché non essendo una scuola, ma un prato, non c’è la consegna dei bambini alla responsabilità altrui.
Ma lasciamo perdere l’ottusità accusatrice, la cosa significativa è che la burocrazia, la necessaria carta bollata, l’ordine dell’autorità superiore, la richiesta di regole anche per salutarsi non sono (solo) perversioni del legislatore stolto, ma si trovano nella testa di quanti vedono il nesso fra libertà e responsabilità. Fuggendo dalla seconda sopprimono la prima. Viva la Maestra Francesca.