Giuseppe De André: un repubblicano particolare

Sì. Il Partito Repubblicano Italiano ha partorito il padre della canzone d’autore italiana e europea. Giuseppe De André fu uomo tenace e talentuoso. Nato a Torino da famiglia con poche possibilità economiche, ebbe modo di studiare e laurearsi con Benedetto Croce, con cui per un periodo conservò un rapporto epistolare quando nel 1922 si trasferì a Genova. Il lui era forte la vocazione pedagogica, ma anche una certa inclinazione all’imprenditoria. All’intrapresa. Infatti insegnò in diverse scuole e istituti parastatali lungo tutta la Liguria. Riuscì a ottenere un prestito e grazie a un’operazione riuscita divenne proprietario di una di queste. Fu il suo primo investimento. Insegnante e imprenditore. Lavorò presso l’Istituto Tecnico per Geometri “Ligure” a Sampiederna, e poi al “Pareto”. Uomo di lettere e di conti, in lui maturava forte anche la passione politica e civile, grazie anche alla sua formazione culturale e al suo rapporto con Benedetto Croce.  Persona rigorosa e dotata di un forte carisma, divenne punto di riferimento della Genova antifascista e repubblicana. La sua casa era una crocevia delle più brillanti intelligenze che passavano per la città. Il suo charme, il suo essere uomo di “Pensiero e Azione”, attirava attenzioni e la sua fama si diffuse per tutta la Liguria e il Piemonte. Come attivista politico aveva un atteggiamento estremamente pragmatico. Gran capacità organizzativa e molto coraggio. I suoi studenti erano per lui tutti figli suoi. Così si batté per impedire la deportazione di giovani alunni ebrei dalle sue scuole (ne aveva acquistato un’altra). Per questo divenne bersaglio della polizia fascista e si tuffò nella clandestinità. Lasciò Genova e nascose la sua famiglia nei pressi di Asti. Per tre anni riuscì a sfuggire alle ricerche del regime. Organizzò con grande scrupolo le truppe partigiane della zona. Pianificando imboscate e riuscendo a aver la meglio sulle camice nere. Salvò molti suoi commilitoni e fu abilissimo nel tener su il morale durante i lunghi mesi invernali, quando il freddo della neve si accompagnava con le ombre degli agguati fascisti e con la fame e la miseria. Conosceva tutte le opere di Giuseppe Mazzini. Citava interi passaggi a memoria. Conosceva benissimo il francese e prediligeva Rimbaud, Verlaine e Baudelaire. E allietava i compagni di lotta con leggende provenzali. Nonostante gli studi con un maestro come Benedetto Croce, avrebbe voluto laurearsi anche il filologia romanza. Così, tanto per rendere l’idea della sua fame di conoscenza e del suo entusiasmo creativo.

Riuscì a farla franca e ritornò indenne in città. Mai fu arrestato in vent’anni di fascismo, cinque di guerra e di clandestinità. Ebbe solo pochi mesi di tempo per vedere i suoi figli nati prima di imbattersi nella guerra antifascista. I suoi figli. Nomi particolari. Giovani che da cotanto padre ereditarono più di un talento. Il ritorno a Genova lo vide impegnato nella ricostruzione del Partito Repubblicano e fu parte attiva nella ricostruzione della sua città e del Paese tutto. Così fu eletto più volte consigliere comunale del PRI. Negli anni cinquanta fu assessore sia allo spettacolo sia alla cultura. Nel frattempo in casa si respirava un’atmosfera cosmopolita e europea. Si parlava italiano, francese e inglese. Divenne anche vice-sindaco. Davvero motore dell’Italia post bellica, fu promotore e primo presidente dell’Ente della Fiera del Mare. Figura chiave del boom economico, il suo riferimento politico fu Ugo La Malfa. E nel solco delle politiche del primo centro-sinistra, nel 1962 fu chiamato da Attilio Monti a dirigere Eridania. 

FOTO FRIXA ERIDANIA

Vi lavorò per vent’anni assumendo gli incarichi di direttore generale, amministratore delegato e infine presidente. Gli venne affidato anche il ruolo di presidente di Poligrafici Editoriale. Fondamentalmente la sua figura controllava la politica editoriale dei quotidiani Il Resto del Carlino e La Nazione. Ormai in pieni anni ottanta, ruppe con il sodale Attilio Monti dimettendosi dalla Poligrafici Editoriale e pure da Eridania. Era amico di Giovanni Spadolini ma quando gli fu proposto di candidarsi alla Camera rifiutò. La depressione prese il sopravvento sul suo carattere effervescente. L’uomo di Pensiero e Azione divenne sempre più chiuso, il mondo gli appariva cosa sempre più distante. Alle parole preferì il silenzio. Anche la lettura non lo entusiasmava più. E i versi dei trovatori provenzali erano ormai un ricordo di gioventù. Come la guerra. La Resistenza. Gli anni della clandestinità. La ricostruzione. Il governo della sua Genova, e poi la responsabilità in posti chiave per la gestione del potere. Si spense di lì a poco. Nel 1985. La sentiva arrivare la fine. Proprio mentre il più giovane dei suoi figli era ormai diventato punto di riferimento internazionale della musica d’autore.  «Si è spento a Genova una delle figure più importanti del nostro Paese!», intitolò La Repubblica. «Si è spento ieri Giuseppe De André, uomo chiave dell’economia e dell’editoria italiane», Il Resto del Carlino. «Giuseppe de André ha guidato in modo silenzioso e con stile il Paese», La Nazione. Oggi a Genova è intitolata a suo nome la piazza proprio davanti alla Fiera del Mare.  De André. Torniamo un po’ indietro.

Giuseppe De André non ebbe un ottimo rapporto con i suoi figli. Non per colpa sua, che anzi, aveva la stoffa del buon pedagogo. Ma per la tendenza ribelle e anarcoide di quegli adolescenti cresciuti nel dopoguerra. In casa si respirava poesia e se qualcosa di meraviglioso successe fu merito proprio di papà Giuseppe. Il figlio più giovane, Fabrizio respirò tutto dall’esperienza paterna. L’amore per la libertà e per i libri. I poeti e le leggende provenzali furono il cibo di cui Fabrizio si nutrì sin da bambino, dopo che il padre ritornò dalla clandestinità. Durante l’esperienza come consigliere, assessore e vice-sindaco di Giuseppe, Fabrizio divorava la cultura francese, studiava la chitarra, componeva versi imitando George Brassens, Jacques Brel e finanche Gilbert Bécaud. Correva dietro le ragazze e inseguiva gatti. Mentre per casa passavano intellettuali, politici, artisti, scrittori e poeti. Abile verseggiatore, accompagnava le sue quartine con la chitarra. Componeva. Cantava. Componeva e cantava, di giorno e di notte. Con una passione viscerale. Fu quella passione per la cultura francese che ebbe in dote dal padre. Non fu certo il caso. Quello sappiamo bene che non esiste. E intanto Giuseppe De André, amministratore e politico brillante con la sua grande capacità imprenditoriale, di fronte a tanta passione certo non fu tipo da starsene con le mani in mano. Fabrizio voleva fare proprio come George Brassens. Anzi, meglio. Di più. Maturava uno stile che teneva insieme gli chansonniers e la tradizione dei trovatori. Ogni tanto, buttava uno sguardo al di là dell’atlantico. Poi ritornava sui suoi testi sacri. In Italia gli chansonniers erano quasi ancora sconosciuti ai più. Solo a Genova un gruppetto di ragazzi usavano passarsi settantotto giri, qualche primissimo Lp a trentatré e biografie (per lo più orali, come le leggende). Ciò contribuiva a dare a quei cantori un’aria speciale, quasi mistica, eroica. Così Fabrizio raccontava in musica storie di marginali, di schiantati, di sconfitti, di amori perduti, di prostitute , di bevitori, di poveri santi e poveri cristi. Si prendeva gioco dei potenti, dei regnanti. Finchè la sua voce e le sue canzoni tracimarono così forte da risuonare nei vicoli di tutta Genova. A qual punto Giuseppe si diede da fare. Allora. Esisteva una vecchia casa discografica specializzata nello stampaggio e nella distribuzione di dischi a 78 giri, Lo Specchio della Voce. Giuseppe De André la rilevò e, insieme a Ivo Chiesa, all’ingegnere Pino Gualco, Gino Arduino e Gaetano Pulvirenti (già responsabile vendite della RCA e proprietario della Pulvirenti, piccola società di distribuzione discografica e della Ariel), finalmente fondò la Karim.  Una vera e ben studiata casa discografica!!! Tra i produttori che lavorarono per la Karim troviamo Giorgio Calabrese poi raffinatissimo paroliere e adattatore in italiano delle opere di Charles Aznavour e di altri artisti celebri. La Karim agiva in modo serissimo. Inaugurò una collana di elevato spessore culturale dove pubblicava incisioni di grandi attori che recitavano poesie e opere teatrali. Così nel 1961 uscivano i dischi di Enrico Maria Salerno che recita le “Poesie di Pier Paolo Pasolini”, di Valeria Moriconi con la “Bisbetica Domata di Shakespeare”, Glauco Mari con “L’Ultimo Nastro di Krapp” e di nuovo la Moriconi con “Jacques o La Sottomissione di Eugene Jonesco”. Con questa collana l’etichetta si caratterizzò come seria divulgatrice di cultura. A quel punto ecco sul mercato il primo 45 giri di Fabrizio De André, “Nuvole Barocche”!!! Il lato b era composto da “E Fu La Notte” (in entrambi il cantautore si avvaleva della collaborazione di altri autori, cosa che sarebbe stata la sua caratteristica per opere future come “Creuza De Ma’” o “Tutti Morimmo A Stento”). Questa incisione segnò il suo debutto. Per tutto il periodo della Karim si firmò con il solo nome “Fabrizio”. Solo con il 33 del 1966 “Tutto Fabrizio De André” iniziò a usare nome e cognome. Durante quest’esperienza nascono le prime versioni di classici come “La Ballata Del Miché”, “La Ballata Dell’Eroe”, “Il Fannullone”, “Carlo Martello Ritorna Dalla Battaglia Di Poiters” (Con testo di Paolo Villaggio). Poi nel 1964 ecco “La Guerra Di Piero” brano che rimarrà nella storia. Così come il successivo “La Canzone Di Marinella”.

fabrizio de andre - la canzone di marinella - valzer per un amore ...

Queste versioni sono state in seguito reincise con altri arrangiamenti. Poi il primo Lp. E in seguito il fallimento della Karim.  Ma ormai il giovanotto era già diventato il cantautore di riferimento per tutta una generazione. Il passaggio alle “major” e il trionfo con i milioni di dischi venduti arrivò come panna sulla torta. A sancire con i numeri una realtà già consolidata.  Il resto, come si dice, è Storia…

Con questo nostro ritratto di oggi abbiamo voluto fare solo un piccolo esempio di cosa voglia dire crescere respirando determinata cultura. Avere in casa un certo “mood”. Avere un genitore (con cui non ebbe facili rapporti) capace di trasmettere passione ideale e civile. Poi, certo, bisogna avere un talento speciale…

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