Indebitamento pubblico: la risposta italiana alla sospensione del Patto di stabilità europeo

Alla crisi economica da pandemia Covid19, l’Italia sta rispondendo con diversi strumenti che, senza interventi dell’Unione europea, non sarebbero stati possibili.
I recenti decreti-legge (il n. 18 e il n. 23 da poco convertiti in legge) incluso l’ultimo in discussione in parlamento (il n. 34) mettono in risalto aspetti importanti per la gestione critica sia dal punto di vista dell’economia reale (imprese, professionisti, cittadini) sia dal punto di vista finanziario dei conti pubblici.
La credibilità del bilancio dello stato italiano è ancora sub judice. Sappiamo che lo sforzo affrontato è enorme. Le esigenze di mantenere la nave a galla e di traghettarla in acque più tranquille e l’orizzonte anche a breve da esplorare perché imprevedibile non depongo a favore della stabilità economica.
Stante le attuali previsioni macroeconomiche con un forte calo del PIL (entro il 2020, per la banca d’Italia, intorno al -9%, nella peggiore delle ipotesi al 13%) e l’esplosione del debito pubblico (ben oltre il 160% sul PIL), richiedono strumenti per condurre il Paese a superare strade difficili da percorrere.


Uno dei primi interventi della Commissione europea l’indomani (23 marzo) l’esplosione della pandemia ha visto interessare l’attivazione della clausola di salvaguardia generale (ergo sospensione) del c.d. patto di stabilità e crescita nel 2020.
L’intervento della Commissione europea ha permesso al governo italiano di “manovrare” sul debito pubblico. Come ricordato da subito da Mario Draghi, ex presidente della BCE in un suo intervento sul Financial times di marzo, “fare debito” è diventato un mantra. E così è stato per l’Italia. Prima il decreto-legge 17 marzo n. 18 che ha previsto (con la risoluzione del governo dell’11 marzo scorso), previa autorizzazione delle Camere, uno sforamento di 25 miliardi di euro, poi il decreto-legge n. 34 che ha visto autorizzato dal Parlamento (il 29 e il 30 aprile scorsi) uno sforamento di ulteriori 65 miliardi.
L’importo massimo di emissione di titoli pubblici, da collocare in Italia e all’estero, al netto di quelli da rimborsare e di quelli per regolazioni debitorie, passa, quindi, per l’anno 2020, da 58 miliardi di euro a 148,33 miliardi di euro.
Complessivamente parliamo, quindi, di 90,3 miliardi di euro di maggior debito rispetto all’ultima manovra di bilancio (legge n.160 del 2019) approvata a fine dicembre scorso.
Tutto questo, ovviamente, ha incrementato, e continuerà prossimamente, il ricorso al mercato dei titoli, con nuove emissioni. Al capitale da rimborsare corrisponde poi un tasso di interesse da riconoscere a scadenza agli investitori. Leggendo l’ultimo decreto-legge (n. 34) all’art. 265 sono preventivati maggiori interessi passivi entro il 2031 di circa 45 miliardi (che va sommato al capitale).
Di questo strumento, cioè dei Buoni del tesoro a lungo scadenza (BTP), ne abbiamo fatto uso. Anche motivati dall’esigenza emergenziale, straordinariamente l’Italia ha offerto qualche settimana fa il “BTP Italia” a 5 anni, con tasso all’1,4% con premio dell’8 per mille se detenuto fino a scadenza. Ebbene il mercato (retail e istituzionale) su 4 giorni, con collocazione senza limiti ha risposto con 22 miliardi di euro complessivamente acquistati. Anche altra asta, l’ultima qualche giorno fa, ha fruttato su BTP ordinari decennali circa 16 miliardi di euro.
Ma non finisce qui.
Una nuova offerta arriva col “BTP Futura”, “primo titolo di Stato interamente dedicato al retail”: un nuovo strumento si affaccia all’orizzonte.
Il 6 luglio debutterà (fino a venerdì 10 luglio, ore 13) un titolo i cui proventi andranno a finanziare la “ripresa” economica del Paese esclusivamente dedicato al mercato retail (ai risparmiatori individuali); avrà rendimenti crescenti nel tempo e premio fedeltà finale collegato alla crescita del PIL.
BTP Futura avrà una “struttura cedolare semplice e innovativa pensata per premiare i risparmiatori che lo deterranno fino alla scadenza” (come è dato sapere da fonti di stampa). Le cedole verranno calcolate in base a dei tassi prefissati e crescenti nel tempo (c.d. “step-up”). I tassi minimi garantiti saranno comunicati direttamente venerdì 3 luglio. Come avvenuto a maggio per il BTP Italia anche Futura non avrà tetti o riparti: la domanda (lotto minimo di 1.000 euro), sarà completamente soddisfatta, salvo facoltà da parte del Ministero di chiudere anticipatamente l’emissione. Il premio “fedeltà” verrà corrisposto (come il BTP Italia) soltanto a chi acquisterà il titolo nei giorni di emissione e lo deterrà fino a scadenza: valore minimo garantito l’1% del capitale investito, ma potrà aumentare fino ad un massimo del 3% dell’ammontare sottoscritto, sulla base della media del tasso di crescita annuo del PIL nominale dell’Italia registrato dall’Istat nel periodo di vita del titolo (che avrà una durata compresa fra gli 8 anni e i 10 anni, ma lo sapremo il prossimo 19 giugno).
Si può credere che questa emissione avrà una raccolta ragionevole di almeno 25/30 miliardi.


All’emergenza pandemica, quindi, il governo ha risposto con un maggiore indebitamento “di scopo”, per un totale (BTP Italia e Futura) di almeno 50/55 miliardi collocati sul mercato.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza una risposta puntuale della Commissione europea!

Questo messaggio va ribadito, perché in premessa solo accennato.
Derogare al Patto di Stabilità ha significato mettere da parte quel pacchetto di regole (che la memoria ci riporta dal 1997) che “indirizzano” le azioni dei governi nazionali nelle scelte di politiche di bilancio. Dal trattato di Maastricht in poi il limite del deficit/PIL deve essere al 3% e il debito pubblico/PIL sotto il 60%.
Il Fiscal Compact, erede del precedente, prevede un braccio preventivo (fissando obiettivi ad hoc per ciascun Paese) e uno correttivo (che avvia le procedure in caso di deviazione rispetto agli standard fissati).
Se non ci fosse stata la sospensione del “patto”, una manovra di indebitamento complessivo (con la modifica alla legge di bilancio 2020 da ultimo col decreto-legge n. 34) da quasi 150 miliardi di euro, considerando una quota “tollerabile” annuale in media intorno ai 50/60 miliardi di euro, sarebbe stata bocciata e senza dubbio saremmo stati individuati tra i “sorvegliati speciali”.