Saponaro su Affari Italiani: «È il Pri la casa dei LibDem»

Il federatore dell’area libdem non è un leader che non c’è, ma è il partito che già c’è: il PRI.

Carlo Calenda, Mara Carfagna, Stefano Parisi e Matteo Renzi fanno lo stesso errore: voler costruire l’area di centro liberal-democratica ciascuno con un partito personale: il partito di Calenda, il partito di Carfagna, il partito di Renzi e varie permutazioni del partito di Parisi. Ovviamente, la cosa non può funzionare. Nel partito personale, il leader è alla guida di un cartello elettorale sostenuto da una base di affiliati. Mancano il dibattito interno, il confronto e la conquista della leadership su proposte alternative nel libero mercato delle idee. Gli affiliati sono in linea con il capo e non contribuiscono alla challenge della leadership che non essendo contendibile trova il punto di equilibrio attorno al suo plateau elettorale, dal 2 al 3%. Il partito personale sconta il limite di essere uno strumento su misura per l’ambizione personale, ma incapace di coinvolgere chi – al di fuori di giglio magico e derivati – dovrebbe volontariamente immolarsi alle ambizioni personali del capo-partito. Il massimo risultato conseguibile dal partito personale è la grande ammucchiata in un cartello di tentata interdizione del potere.

Si dice che manca il federatore. E questo è l’altro errore. Il federatore non è una persona, il federatore è il partito. Un partito aperto, contendibile, con un ordinamento interno a base democratica e un’infrastruttura che permetta discussione, elaborazione politica, confronto democratico e costruzione della leadership.

Il partito offre ai leader una piattaforma paritaria a tutela di tutte le personalità politiche consentendo di negoziare con la moneta della fiducia e delle regole condivise. Ma un partito non si improvvisa, il patrimonio ideale, politico, storico e di esperienze formato nelle competizioni elettorali, nei congressi, nelle sezioni e negli enti locali non può essere riprodotto con un sito web, un logo e un manifesto.

Dopo il 1993, il Patto Segni introdusse in Italia la forma partito Frankenstein uno e trino: un terzo cartello elettorale, un terzo comitato politico, un terzo partito personale, per competere in un sistema elettorale ecumenico uno e bino: il maggioritario di coalizione. Allora si diceva, le coalizioni producono instabilità di governo. Quindi, per buona misura, se ne introdussero due: la coalizione di destra e la coalizione di sinistra, raddoppiando – invece che eliminare – la instabilità di governo.

La colpa è dell’Italia, che deve ibridizzare ogni modello di successo: la democrazia dell’alternanza è il modello di successo, ma andava però raggiunto attraverso il bipartitismo e non l’incomprensibile bipolarismo.

Per assecondare le ambizioni personali dei capi-cespuglio, si perse l’occasione di costruire la democrazia compiuta, attorno al confronto tra 2 grandi partiti moderni, uno conservatore, l’altro progressista che, a partire dai grandi temi d’interesse nazionale condivisi al centro (la collocazione internazionale Atlantica, la democrazia occidentale, l’uguaglianza di diritti, le libertà civili), potessero rispondere ai cicli economici –alternando politiche pro-cicliche in fasi espansive e politiche anti-cicliche in fasi recessive – e alle tensioni internazionali su commercio, tecnologia e geopolitica gestendo i complessi dossier che ne derivano: il surplus tedesco che provoca asimmetrie in Europa; il 5G cinese con i connessi rischi alla sicurezza strategica e alla privacy; la Brexit che separa l’Anglosfera dall’Europa occidentale; Iran, Libia, Russia, Turchia. Governare, in definitiva, la transizione al nuovo ordine mondiale a-polare.

Allora, si poteva scegliere il maggioritario secco all’inglese, il maggioritario a doppio turno con ballottaggio alla francese. O qualunque legge elettorale potesse accompagnare l’Italia nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Invece si sono avuti in successione: il Mattarellum (1994-2005); il Porcellum (2005-2014); l’Italicum (2016), che non superò lo scrutinio della Consulta; il Rosatellum bis (dal 2017), che se non è un Porcellum è un Maialinum.

L’Italia è rimasta nella terra di nessuno della transizione perenne dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il risultato è un dibattito fortemente polarizzato e una competizione elettorale personalistica. Ma i personalismi e le frange estreme dell’ideologia trovano spazio dove manca il partito. Dove c’è poco partito, c’è tanto leaderismo. Mentre gli spazi lasciati liberi dalla politica sono stati occupati da contropoteri non eletti che hanno posto la democrazia costituzionale sotto assedio.

Se la risposta è – come sembra – il ritorno alla politica del proporzionale, l’area centrista liberaldemocratica è già rappresentata dal PRI, che in tempi neanche troppo lontani contribuì alla fondazione dell’ALDE in Europa.

I repubblicani hanno conquistato negli anni il ruolo di cospiratori contro la monarchia; di combattenti contro tutte le dittature fasciste, naziste, comuniste; contro la dittatura delle religioni; contro la dittatura del mercato e delle speculazioni finanziarie che opprimono i popoli. Il PRI ha combattuto gli utilitaristi perché non lasciano orizzonte ai giovani e sprecano nel contingente; ha inventato la programmazione economica che non è la pianificazione comunista o la concertazione corporativa tipica dei regimi fascisti dove contano solo i più forti e lo Stato certifica le disuguaglianze sociali e territoriali. Il PRI ha sempre combattuto la forma più subdola di governare che è quella assistenziale perché per un po’ di carità rende schiave le persone. I repubblicani hanno sempre combattuto la teoria della conflittualità di classe perché nella visione democratica repubblicana di patto sociale c’è spazio e ruolo per tutti: dal bracciante agricolo all’operaio; dal pescatore al commerciante; dall’artigiano al piccolo e medio imprenditore; dalla cooperazione al grande imprenditore.

Nell’idea di Paese repubblicana ognuno cresce e si sviluppa senza bisogno di conflitti sociali e di concertazione clientelare. È la politica che fa la sintesi dell’interesse generale distribuendo le risorse verso investimenti nel sistema paese e in servizi sociali efficienti.

Il PRI rifiuta lo scontro tra sovranisti di destra e populisti di sinistra, perché potrebbero essere definiti sovranismi di sinistra e populismi di destra senza alcuna differenza di sostanza.

Questo patrimonio di idee e di valori è certificato dalla storia. Il PRI non è un partito personale nuovo che deve dimostrare tutto. Il 21 Aprile 2020 è occorso il 125mo anniversario della fondazione del partito.

Ad fontes redeunt longo post tempore lymphae.

Corrado de Rinaldis Saponaro

Segretario Politico Nazionale PRI