Massenzio Masia. Repubblicano romantico e d’azione

Oggi il nostro ritratto è dedicato alla figura di Massenzio Masia. Personaggio complessissimo e vivacissimo. Pieno di sfumature. Questa volta non abbiamo trovato video e audio di convegni a lui dedicati. Però sia a Como sia a Bologna vi sono strade che portano il suo nome. Queste due città segnano i due punti cardinali della storia di Masia.  Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, sul sito del Quirinale è possibile leggere queste parole: «Entrava tra i primi nelle forze della Resistenza della sua zona diventandone l’animatore. Incurante dei gravi pericoli che la sua multiforme attività comportava, si adoperava in tenace e feconda opera di reclutamento di partigiani, e mediante colpi di mano procurava loro abbondanza di armi, munizioni e vettovaglie sottratte all’avversario. Scoperto, catturato e sottoposto a gravi sevizie, si rifiutava di rivelare qualunque notizia che potesse tradire i commilitoni ed il reparto di appartenenza, tentando addirittura il suicidio nel timore di tradirsi sotto le torture. Condannato a morte, rifiutava di chiedere la grazia, come propostogli, ed affrontava con sereno stoicismo il plotone di esecuzione. Luminoso esempio di nobile animo di combattente e di patriota». Ma riavvolgiamo il nastro.

Massenzio Masia nasce a Como nel 1902 e muore a Roma nel 1944, ucciso dalle truppe fasciste. Il suo spirito di uomo “Pensiero e Azione” scalpitava già nel corpo di ragazzo quando fuggì di casa per unirsi tra i legionari di Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Nonostante il “Natale di sangue” e il ritorno in città, la sedizione fiumana fu un’esperienza determinante per la sua vita. Giovane di estrema vivacità e curiosità intellettuale, dopo aver completato gli studi di ragioneria subito iniziò a lavorare come disegnatore di stoffe per un’impresa tessile, nel frattempo scriveva. Poi decise di lasciare la sua città per iscriversi alla Facoltà di Magistero a Venezia. Subito si fece notare per la sua grandissima umanità e per la sua naturale propensione ai rapporti umani. Esercitò dall’inizio un grande ascendente su amici, studenti e professori, i quali lo amavano e lo stimavano per la sua già matura passione politica e per la tensione morale che emanava. Parlava correttamente tre lingue e agli studi di alta finanza aveva unito e alternato quelli umanistici. Scriveva poesie, racconti, cronache. Divenne giornalista pubblicista. 

Gino Luzzato, allora docente al Magistero, fu molto impressionato da questo animo tumultuoso. «Nei contatti abbastanza frequenti che ebbi con lui – ebbe a dire Luzzato – più fuori che dentro l’istituto, rimasi colpito dalla vivezza della sua intelligenza, e soprattutto dalla larghezza dei suoi interessi culturali e dall’originalità del suo pensiero, di gran lunga superiori a quelli che di solito si notano anche nei migliori studenti…». Infatti a Venezia, il giovane ebbe modo di venire a contatto con un mondo politico-culturale ben più ampio e ricco di quello della sua città d’origine. Venezia fu per lui quella casa che non smise mai di cercare e nella quale, divenne egli stesso il riferimento di coetanei e non che subirono il fascino dell’uomo di intelletto, di pensiero e di azione. In quel clima cosmopolita si inserì negli ambienti antifascisti,  conobbe intellettuali e amici con i quali, e grazie ai quali, ebbe modo di meditare profondamente sull’esperienza politica che stava vivendo in quel momento il Paese, il cui sbocco inevitabile sarebbe stato la fine del regime democratico liberale e l’avvento della dittatura fascista. Fu, in fondo, in quel periodo che – come tanti ex legionari fiumani – concluse il suo processo autocritico della sua pur esaltante esperienza giovanile e approdò definitivamente e attivamente agli ideali marcatamente antifascisti. Sull’esempio del suo Maestro, Luzzato e altri democratici veneziani, aderì alla Giovane Italia , un’associazione segreta promossa da repubblicani, liberali e socialisti di chiara ispirazione mazziniana. Tornò subito a Como per fondare la sede locale del Partito Repubblicano Italiano di cui venne immediatamente eletto segretario. Ma pochi mesi dopo la sede del partito (ovviamente clandestino) fu scoperta dai fascisti. Fu data alle fiamme e il Masia fu schedato dalla polizia fascista. Miracolosamente non fu arrestato. Ritornò quindi a Venezia per proseguire gli studi, vivendo con lavoretti vari e episodici. Ebbe modo di laurearsi brillantemente e fu di nuovo nella sua città natale. 

Ormai era il 1930. Massenzio Masia fu assunto all’Olivetti e girò l’Italia, da Milano a Catania. Nel frattempo continuava a mantenere i contatti con la Giovane Italia. Ma quando la formazione si estinse perché i suoi componenti furono via, via arrestati egli decise di aderire al Movimento Giustizia e Libertà, nel quale erano nel frattempo confluiti moltissimi repubblicani ma anche socialisti liberali, nonché aderenti e collaboratori de L’Italia Libera (su cui Masia scriveva). Siamo ormai nel 1942 e Masia fu trai fondatori del Partito D’Azione a Bologna, sotto le due torri. Divenne punto di riferimento delle varie anime antifasciste. Erano gli anni duri della Resistenza. Fu fautore di un sempre più stretto legame tra le variegate anime che combattevano il regime. Nel 1943 fu arrestato di nuovo. Ma riuscì a cavarsela anche questa volta. Venne l’8 settembre ma siamo sulla Linea gotica. È guerra piena. Toccò a lui il compito di esortare all’unità le forze politiche. Scrisse sulle pagine del primo numero di Rinascita: «Vi sono delle ore nella Storia dei popoli in cui si sente che tutto, l’avvenire, la vita stessa, sono in gioco. Vi sono delle ore in cui è necessario saper guardare in faccia alla realtà, tralasciando ogni preoccupazione o interesse personale per adeguarsi alle responsabilità imposte dalla situazione, ed agire sapendo che i propri atti contribuiranno a influire sulle sorti collettive. Per la prima volta dopo un ventennio di schiavitù e d’abiezione gli italiani si trovano sul banco di prova della Storia, non più come un gregge negoziato da un tiranno, ma come un popolo libero di scegliersi il proprio destino». Egli fu rappresentante del partito nel CLN. All’interno del primo organismo unitario della Resistenza fu deciso assertore della linea politico-militare che presupponeva la lotta totale contro il nazi-fascismo. Su Orizzonti Di Libertà scrisse: «Oggi non c’è che un modo di servire il Paese. Partecipare alla lotta di liberazione nazionale. Per tutti gli italiani ancor degni di questo nome, unico criterio di moralità e ragione di vita deve essere questa lotta, affinché il sacrificio liberamente accettato ci riscatti da vent’anni di abiezione e dall’ultima ignominia. È col sacrificio e col sangue dei suoi figli migliori che l’Italia sarà risollevata dalla vergogna presente. È attraverso la lotta ed il sacrificio che si acquista il diritto di cittadinanza nella nuova Italia. Solo così il nostro Paese ritroverà il suo onore e la sua dignità nazionale e potrà assidersi con parità di diritti nel consesso della nuova Europa». In queste righe risalta tutto l’uomo d’azione, l’intellettuale e il combattente. A questa lotta si dedicò completamente, divenne anche responsabile militare delle formazioni di Giustizia e Libertà in Emilia Romagna. Era lui, e fu certamente un grave errore aver accettato nella sua persona tutte le responsabilità, il centro di ogni attività politica e militare. Era fatale che esponendosi in prima persona prima o poi la sua identità sarebbe stata scoperta dai fascisti. Si dice che fosse stato localizzato nel luglio 1944, anche se la polizia, anziché arrestarlo, infiltrò due spie nelle file del PdA. In agosto, nel corso di una riunione della segreteria Alta Italia del PdA a Milano, venne invitato da Ferruccio Parri a non rientrare a Bologna. Le regole della clandestinità imponevano un’alternanza frequente dei dirigenti politici, perché un simile lavoro “bruciava” velocemente le persone. Preferì, invece, non abbandonare i compagni di lotta. Tornò a Bologna e venne arrestato nella notte del 3 settembre 1944. Al proposito di quella scelta, Parri , anni dopo si chiese: «Che cosa lo aggancia e l’impegna senza possibilità di ritirarsi indietro nella lotta antifascista? Chi lo ha conosciuto sa rispondere. Una scintilla di fuoco, una accensione morale, una ascensione a una verità, a una certezza superiore. Un dovere, diventato profonda coscienza, lo riporta a Bologna, posto per lui di massimo rischio». Insieme a Masia vennero arrestate altre 30 persone. Le due spie fasciste fecero un discreto lavoro. Nella caserma delle Brigate Nere di via Borgolocchi, a Bologna, venne sottoposto a torture terribili. Ma non un suono usciva dalla sua bocca. Gli aguzzini insistevano con le peggiori violenze per estorcergli i nomi dei compagni di lotta e ogni informazione possibile. Ma non ci fu verso alcuno. In uno dei verbali (ai fascisti in generale piacciono molto le scartoffie) si legge: «Il Masia è un uomo d’azione e di intelligenza aperta. Negli interrogatori non ha fatto nessuna dichiarazione, ma si è limitato a vaghi accenni di rivendicazione dei suoi principi ideologici. Ha tentato anche il suicidio. Prima avvelenandosi, poi gettandosi dal secondo piano dell’ufficio politico pur se ammanettato». Il 19 settembre (era stato portato in barella per le ferite riportate dal secondo tentato suicidio) il Tribunale Militare Straordinario lo condannò a morte con altri 7 compagni. L’esecuzione venne eseguita il 23 settembre 1944 al poligono di tiro di Bologna. È sepolto nel Monumento Ossario ai Caduti Partigiani della Certosa di Bologna (città che come Como, abbiamo già detto, gli ha intitolato una strada) ed è ricordato nel Sacrario di Piazza Nettuno.  Su Massenzio Masia non hanno mai organizzato convegni. Nessuno ha mai pensato di ricordarlo con incontri pubblici. Restano i tanti scritti sparsi sui giornali su cui ha scritto. Il suo nome è scolpito nella toponomastica.  Su di lui ci sono le parole di chi lo ha conosciuto e le motivazioni della Medaglia al Valor Militare alla Memoria. Ma è bene che si sappia che sotto le torture, quando gli fu proposto di firmare la domanda di Grazia egli disse: «Un uomo libero non chiede al tiranno nemmeno la vita che sta per togliergli!». L’eco di queste parole risuona vivo ancora oggi.