Neorepubblicanesimo ed eurofederalismo: Luigi Trisolino intervista Saponaro

Il segretario del Pri Corrado De Rinaldis Saponaro, è stato intervistato da Luigi Trisolino su L’Eco dei Palazzi.

Il 2 giugno, Festa della Repubblica, è un giorno segnato in rosso nei nostri calendari, e nelle nostre esistenze di cittadini-figli delle battaglie per l’avvento dell’era repubblicana in Italia. La funzione storica del repubblicanesimo contemporaneo, però, non può dirsi esaurita, anzitutto per una questione di sana memoria degli sforzi umani nonché politici incarnati dai nostri padri repubblicani. La funzione dell’arcipelago politico repubblicano può trovare la propria chiave di lettura contemporanea nella necessità di edificare una coscienza neorepubblicana in divenire, in connessione con i versanti progressisti e sociali delle sensibilità neocostituzionali e, con essi, in adesione alle potenziali dinamiche della liberalistica di stampo pluralista ed eurofederalista.

[…] Al cittadino comune basta aprire un buon libro di storia per capire che il partito repubblicano ha una lunghissima e variegata tradizione politica. Di quali responsabilità culturali, di quali eventuali ipoteche e di quali prospettive programmatiche si fa carico oggi una donna o un uomo che, rappresentando il partito repubblicano, si pone – come suol dirsi da tempi immemorabili in letteratura – “sulle spalle dei giganti”?

«Il PRI ha una tradizione. La sua costituzione risale al 21 aprile 1895, però già nel 1866 era presente con l’Alleanza Repubblicana Universale, e ancora prima con la Giovane Italia e la Giovane Europa. Il simbolo dei repubblicani, l’edera, è il simbolo che i manifestanti durante le cinque giornate di Milano usarono staccandola dalle piante e mettendola al bavero della propria giacca per riconoscersi tra coloro che avversavano gli austriaci. È un simbolo che rappresenta il patriottismo italiano, di coloro che si ribellavano agli austriaci che occupavano Milano. Il partito repubblicano è sempre stato il partito che ha voluto una Repubblica, contrariamente alla monarchia, perché nella Repubblica l’individuo, l’uomo o la donna si chiamano cittadini e durante la monarchia si chiamano sudditi, quindi significa che esso punta culturalmente e politicamente alla libertà dell’individuo, e all’individuo cha ha la sua consapevolezza di vivere in una società che va sempre più organizzata e che va sempre più a riconoscersi in un patto sociale, dove non esistono le guerre di classe ma dove tutti quanti devono contribuire al bene comune. Il peso del partito? La insoddisfazione rispetto ai vari movimenti che dall’Ottocento in poi si sono sviluppati. Noi siamo per una democrazia senza aggettivazioni: non siamo per una democrazia del proletariato o per la plutocrazia, noi siamo dove il bracciante, l’operaio, l’artigiano, il piccolo e il grande imprenditore hanno degli interessi comuni, per organizzare una società dove non ci siano prevaricazioni».

Una sorta di pluralismo sociale?

«Un pluralismo che tende al bene comune, noi non siamo per una società liberista dove gli uomini sono liberi di prevaricare sugli altri che muoiono di fame, noi non siamo per una società di uguali dove nella uguaglianza si perde la libertà della propria aspirazione e dove si viene ingranati in un congegno statalista di programmazione. Noi siamo per la libertà e per l’uguaglianza. L’uguaglianza nello stato di partenza: la società deve garantire a tutti una linea di partenza comune e quindi puntiamo sulla scuola pubblica, che deve essere il fondamento dell’istruzione e della conseguente evoluzione dell’individuo attraverso il funzionamento dell’ascensore sociale».

Nell’Italia odierna, orgogliosamente unita e repubblicana, in cui il 2 giugno di ogni anno si celebra la c.d. Festa della Repubblica, qual è la missione dell’identità politica del Partito Repubblicano Italiano?

«La missione dell’identità politica repubblicana ha aperto un nuovo capitolo nella storia d’Italia, che vede il suddito diventare cittadino. La Repubblica ha delle regole, un patto sociale, che è rappresentato dalle regole costituzionali e le regole costituzionali devono essere osservate, devono essere la nostra Magna Carta, il nostro Vangelo, il nostro modo di muoverci. Ecco perché spesso noi abbiamo detto che nelle scuole elementari bisognerebbe ritornare ad insegnare l’educazione civica. I repubblicani che si rifanno a Mazzini ebbero la loro massima espressione nel 1849 con la Repubblica romana, quando si costituì la Repubblica romana contro il Papa-re dell’epoca. La Repubblica romana ebbe una Costituzione che all’art. 7 recitava che dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici. Molta gente non lo sa, ma Gandhi per la Costituzione dell’India prese grandi parti della Costituzione della Repubblica romana. Lo stesso punto dell’articolo 7 è preso dall’emendamento n. 1 della Costituzione americana, dove si dice che il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il culto. Questo è il concetto grande di libertà espresso nella Costituzione della Repubblica romana, ed espresso dal filone culturale mazziniano, che poi è stato inseminato in tutto il mondo, dall’India agli Stati Uniti d’America».

Quelle sono Costituzioni che rappresentano un pezzo importante del garantismo, tant’è che in un saggio che sto scrivendo menziono l’art. 4 della Costituzione della Repubblica romana del 1849, nel quale si sanciva che nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per mandato di giudice, né essere distolto dai suoi giudici naturali, e che nessuna Corte o Commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsiasi titolo o nome.

«Oggi la Repubblica romana viene festeggiata nelle case repubblicane del PRI il 9 febbraio di ogni anno. Oggi nei libri di storia delle scuole superiori la Repubblica romana prende soltanto cinque-sei righe. Altro aspetto importantissimo è la riforma della scuola. La scuola proprio in questi giorni la vediamo come più penalizzata delle palestre e delle piscine, con tutto l’apprezzamento che io ho per le palestre e le piscine».

Le radici del PRI affondano nella tradizione del mazzinianesimo, secondo cui la Repubblica è lo spazio in senso ampio in cui la laica libertà e la giustizia si sarebbero realizzate da parte ed in favore di tutto il popolo. Fatta la Repubblica, occorre promuoverne il benessere e stimolarne l’evoluzione, in connessione con una realtà socioeconomica che muta alquanto velocemente. L’attuale dimensione eurounionale deve rappresentare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia per tutti i cittadini europei. Quello che mi piace chiamare neorepubblicanesimo eurofederalista rappresenta uno scopo della contemporanea identità del PRI? Qual è lo stato dei lavori nei dibattiti interni al PRI circa il sogno possibile degli Stati Uniti d’Europa?

«Noi abbiamo il timone fisso su determinate barre. Una è la Alleanza atlantica con gli USA, da lì noi non ci spostiamo, indipendentemente da chi è il presidente degli Stati Uniti d’America, perché l’Alleanza che invocano i repubblicani è col popolo americano, indipendentemente da chi li rappresenta».

A sinistra estrema e a destra estrema c’è addirittura chi senza se e senza ma ritiene che tale Alleanza sia figlia di una dipendenza militarista che avrebbe esaurito la sua funzione sociale internazionale. I repubblicani cosa rispondono al riguardo?

«Non condivido quelle posizioni, oggi ancora il mercato degli USA è quello in cui la maggior parte delle esportazioni italiane trova la propria via, ed è il mercato più grande per l’Italia. La collaborazione avuta non solo nelle due guerre mondiali ma subito dopo le guerre mondiali è profondissima con gli Stati Uniti d’America. Gli USA rappresentano il mondo della libertà. Sono queste le idee: l’alleanza con gli Stati Uniti d’America, e gli Stati Uniti d’Europa. Ecco perché noi spesso siamo critici nei confronti dell’Europa, perché non è l’Europa delle regole e delle regolette quella che noi vogliamo».

Qual è l’Europa voluta dal Partito Repubblicano Italiano?

«Gli Stati Uniti d’Europa, o qualcosa che vada verso quella direzione, che si avvicini a quel livello, che non dev’essere fatto domani mattina. Noi per esempio siamo entusiasti dell’Erasmus, che ha insegnato ai giovani di tutta Europa di avere interscambi culturali, di saper vivere gomito a gomito per costruire un comune denominatore di essere europei. Il comune denominatore di essere europei significa che i popoli e i giovani in particolare devono essere sempre più vicini nel capire le problematiche gli uni degli altri, e viaggiare verso una strada di sviluppo comune».

A quale svolta di sintesi è giunto il cammino pragmatico sviluppato dal partito all’interno delle tantissime ed intense stagioni politiche, in cui il pensiero repubblicano ha incarnato i suoi ideali liberali e sociali? A livello nazionale quale sarà il criterio di onestà intellettuale per scegliere le eventuali coalizioni con cui presentare il PRI alle elezioni?

«Nella nostra storia dopo la Repubblica, noi abbiamo avuto nella alleanza centrista il nostro modo di esprimerci e in quella alleanza centrista abbiamo portato un Ministro degli Esteri che si chiamava Sforza, che firmò a Parigi il Patto Atlantico, abbiamo avuto un Ministro della Difesa che si chiamava Pacciardi, abbiamo avuto un Ministro del commercio con l’estero che si chiamava Ugo La Malfa, che liberalizzò nel 1953 gli scambi, scambi liberalizzati che furono la premessa del miracolo economico dell’Italia della fine degli anni Cinquanta, e del premio della lira come la moneta più stabile nel 1962. Insieme con la Democrazia Cristiana abbiamo aperto una fase con il centrosinistra, con Ugo La Malfa e con la programmazione economica e con la politica dei redditi, quella di cui oggi pure si parla».

In seguito con il centrodestra.

«Abbiamo visto che la sinistra aveva una politica statalista, di spesa pubblica inefficiente. Ci muoviamo sempre abbracciando istanze programmatiche, perché sono i programmi che portano alle alleanze il partito repubblicano, che non è né di destra né di sinistra. È un partito che è avanti, cioè dove il partito ritiene che la scienza debba cambiare velocemente la politica, che quindi non può essere legata a delle idee di destra e di sinistra ormai superate. C’è un mio amico nel partito che dice che l’orizzonte non è né di destra né di sinistra, per cui chi fa politica deve guardare l’orizzonte».

In questo momento, per esempio, abbiamo di fatto da un lato i sovranisti e dall’altro gli europeisti, con varie graduazioni, volendo sintetizzare in termini bipolaristi.

«Sì, l’idea di chi pensa che l’Italia possa fare da sola, come nelle manifestazioni dell’altro ieri, e che possa uscire dall’euro è veramente la follia più assurda. L’Italia uscirà da questa pandemia e da questa crisi con un debito pubblico pesantissimo e con una massa di soldi da dover spendere bene per mantenere un equilibrio sociale. Nel 2020 il rapporto debito-PIL sarà pauroso, il 13%. Pensiamo alla questione tanto invocata dell’abbassamento delle tasse: l’abbassamento delle tasse può avvenire solo con una politica virtuosa dei governi, non può dipendere di per sé dai soldi che ci danno per rimetterci in moto».

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