Se la memoria ha un futuro

La prima iniziativa da prendere, nella scuola e per la scuola, in vista della riapertura di Settembre, a mio parere, è quella di ridurre il numero degli studenti per Classe a 15 allievi, al massimo 20. Quella che si presenta oggi, infatti, è l’occasione propizia per ripensare la scuola, per adattarla alle sfide culturali e formative della contemporaneità. Come? Semplice: le urgenze e le necessità, dettate dalla pandemia del Covid-19, potrebbero rappresentare una spinta per riorganizzare il mondo della scuola nel suo complesso e per immaginare, ideare, costruire una nuova organizzazione scolastica in grado di concepire il nuovo possibile. Si devono abbandonare le vecchie logiche burocratiche. Ma come?

Anzitutto, vanno riorganizzati gli spazi, vanno trovati nuovi spazi capaci di accogliere gli studenti in piena sicurezza e servono investimenti per l’edilizia scolastica, per le aule, per le palestre, per ritornare a rendere possibile la socialità seppur nel rispetto delle ineludibili esigenze di sicurezza che, nei luoghi della formazione, devono essere garantite. 

La risposta non può essere quella della didattica a distanza o delle mascherine in classe. È impensabile che gli studenti debbano stare un’intera giornata davanti ai monitor e agli schermi dei computer o che siano costretti a indossare una mascherina per cinque, sei o sette ore di seguito. Se così fosse, è inutile negarlo, ci sarebbero anche gravi ripercussioni sulla salute. È necessario fare i conti con la realtà dei ragazzi, con le loro esigenze, peculiarità, caratteristiche legate all’età.

La scuola ha finalità educative da cui non si può prescindere perché essa rappresenta l’avamposto per la lotta alla dispersione dei giovani, alla criminalità, all’esclusione sociale, civica e civile.

Sul Corriere della Sera e su tanti altri organi d’informazione si sta affermando un dibattito sulla necessità di investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nell’educazione e nella formazione. Benissimo. È una vera e propria battaglia politica repubblicana. Non a caso, anche L’iniziativa repubblicana, seguendo la consueta linea editoriale che la caratterizza, si è soffermata sull’argomento anche la settimana scorsa con un dibattito dal titolo: La democrazia è un problema di educazione. La cultura in Italia oltre il Covid.

Qui, ormai, per cambiare le sorti delll’Italia, per ridare centralità alla scuola, serve una riscossa della politica. Una riscossa politica che punti sul futuro e che permetta alla scuola di aiutare i ragazzi a scoprire ed esprimere i propri talenti, la propria creatività, la propria sensibilità, la propria intelligenza, il proprio essere se stessi, le qualità di ciascun ragazzo. La politica deve riprendersi il ruolo che le spetta e non lasciare che il suo spazio venga occupato dai dilettanti allo sbaraglio o dagli esponenti servili e vuoti del regime dominante. Dobbiamo riscoprire l’essere umano, l’umanità, la vita umana. Dobbiamo riscoprire l’uomo come animale socievole e come animale politico. Serve un nuovo umanesimo liberale.

L’ho scritto e detto subito, appena si sono chiuse le scuole all’inizio di Marzo: se accettiamo adesso che la tecnologia, da strumento, diventi il fine e lo scopo dell’apprendimento, allora subiremo l’affermarsi di un regime tecnocratico che nulla sa e capisce di umanità, di amore, di emozioni, di sentimenti, di sensibilità, di creatività, di originalità, di poesia, di affetti, di sogni, di speranze, di dolori, di ferite, di paure.

L’esperienza di questi mesi ha posto in evidenza il fallimento totale e totalitario, direi anche totalizzante, della didattica senza creatività e senza fantasia, senza maieutica e senza vita, ma fatta soltanto con il web, le piattaforme, le app, le videolezioni, i computer. Vogliono forse degli automi? Perché il mondo è fuori dal display dello smartphone e dei tablet. La scuola è uno spettacolo dal vivo. Dove sono finiti il rapporto umano diretto e non mediato, il contatto vero tra le persone e non virtuale, la relazione empatica e simpatica invece della visione alienante e asociale dei social? La tecnologia è importante, ma se resta uno strumento. Altrimenti, è un disastro. Come è stata un disastro la didattica a distanza, almeno fatta nel modo in cui è stato imposto di farla.

L’essere umano non è un robot. Non si può sostituire la scuola con l’intelligenza artificiale. La tecnologia è uno strumento e come tale va considerata. Non si può sostituire la didattica a scuola attraverso il trucco dell’insegnamento telematico senza negare l’essenza stessa dell’apprendimento, della crescita umana, dell’esistenza umana, della vita, della realtà, dell’educazione che consente agli studenti di diventare i cittadini di domani, di capire il mondo, di comprendere le persone, d’imparare a vivere, di vivere pienamente.

Perché al centro della scuola ci sono le persone, i ragazzi in carne e ossa, i vissuti degli individui, i caratteri psicologici e umani e non soltanto i computer, i tablet e gli smartphone. Ma questi scienziati della distanza, sono mai stati a contatto con i ragazzi nella realtà del mondo reale oppure vivono in una realtà virtuale?

Vogliono distruggere la scuola e farne un luogo alienante, questa è la verità. C’è un disegno tecnocratico finalizzato ad omologare gli studenti, a standardizzare i professori, a rendere gli insegnanti dei tecnici da laboratorio d’informatica. E la pedagogia? E la filosofia? E la poesia? E le ferite umane? E i traumi esistenziali degli studenti? E la Storia? E il mondo di fuori? E il senso di solitudine dei ragazzi? E le mille diversità dei bambini e degli adolescenti? E l’aspetto psicologico, umano, caratteriale? E il talento, l’attitudine, la creatività, la bellezza, l’amore. La scuola è vita. La scuola è amore.

La prima iniziativa da prendere, nella scuola e per la scuola, in vista della riapertura di Settembre, è quella di ridurre il numero degli studenti per Classe a 15 allievi, al massimo 20. Al massimo. A seconda dell’ampiezza dell’aula e degli spazi disponibili. Se non si fa questo, allora tutto il resto sono soltanto chiacchiere. Come? Riorganizzando e ripensando la scuola, le lezioni, gli spazi, i luoghi, le conoscenze. Ma non possono farlo né i burocrati né i partitocrati. Serve una classe politica degna di questo nome. Lo ammetto: sto sognando ad occhi aperti. Eppure, non mi rassegno, ci credo, insisto. Perché?

Semplice: perché le mascherine in classe non si possono tenere. Perché non si può stare per sette ore con il bavaglio. Perché non si respira. Perché è nocivo per la salute dei ragazzi. Inoltre, nasconde la bocca e cela i sorrisi. Nei casi peggiori, addirittura, permette ai ragazzi di emettere suoni e rumori con le labbra senza essere visti. Sarebbe una situazione ingestibile. 

La tecnocrazia è la nuova metamorfosi del Vecchio Regime.

Le dittature, i totalitarismi, i regimi autoritari si affermano con il consenso dei cittadini. Quando il Movimento fascista divenne Regime, soltanto 13 professori si rifiutarono di prendere la tessera del PNF e persero la cattedra. Qui, ormai, se perdiamo la sfida con il rischio di un regime tecnocratico, perderemo tutti. Tutti. Perderà anche chi crede nei computer, a fin di bene. Oggi, il balcone di Piazza Venezia da cui si affaccia il regime autoritario è il computer, lo smartphone, il tablet. E noi tutti, lì sotto, ad applaudire. Quasi tutti. La tecnologia va bene, ma la tecnologia è soltanto uno strumento, non può e non deve diventare il fine. La scuola è altro. La scuola non è un’azienda, la scuola non è un computer, non è una fabbrica, non è un carcere, non è una caserma. La scuola è vita vera, inclusione, dialogo, socialità, incontro, scoperta, fantasia, arte, cultura, poesia, affetto, amicizia, solidarietà, conoscenza, attitudine, cittadinanza, costituzione, comprensione, consapevolezza, curiosità, educazione, maieutica.