La discussione su Napoli e l’opera di Gravagnuolo. Ricordando Daniela Lepore

Solo poche righe. Innanzitutto di ringraziamento a L’Iniziativa Repubblicana e a Giuseppe Ossorio per aver ricordato la famiglia Gravagnuolo e l’opera di Benedetto, in particolare. In questi giorni, come afferma l’amico Ossorio, a Napoli si sta molto discutendo sul futuro della città. Non solo per le imminenti ragioni pre elettorali, ma anche perché l’emergenza Covid ha rivelato ancora una volta tutte le debolezze ataviche che impediscono a questa straordinaria e contraddittoria città di affrontare nuove sfide e sapersi rinnovare. L’attuale direttore delle pagine partenopee de Il Riformista, Marco Demarco, già direttore de Il Corriere del Mezzogiorno è profondo conoscitore delle dinamiche del territorio, dei suoi intrecci, della sua anima anarcoide e dei rapaci amministratori, spesso predatori di una città che si lascia facilmente violentare e depredare. Eppure, Napoli, è da sempre fucina di grandi politiche riformiste di tradizioni laiche, repubblicane e liberali. Laboratorio che ha ospitato Croce, i Compagna , Manlio Rossi Doria, è stata punto di riferimento di grandi studiosi che attraverso la metodologia di un moderno “meridionalismo” moltissimo hanno dato per comprendere le dinamiche del Paese tutto. Giovanni Amendola che porta a Giustino Fortunato il “manifesto degli intellettuali antifascisti” vergato in una nottata da Croce è una scena che è ben impressa nell’immaginario collettivo. Lo vediamo, Amendola, percorrere Via Vittoria Colonna in calesse ancora oggi. Così come ci sembra di vedere i personaggi che attraversavano e si incrociavano nelle piccolissime ma affascinati stanzette che ospitavano “Nord e Sud”. Giuseppe Ossorio nel suo citare Benedetto Gravagnuolo coglie un punto vivo dell’attuale dibattito sulla città di Napoli. In particolare il rapporto tra il territorio e il ruolo dell’Urbanista. Questo rapporto naturale è oggetto di dispute internazionali. Per anni ha dominato il modello Le Corbusier. Il razionalismo di matrice funzionalistica di stampo marxista. Gli esiti non sono stati, per usare un eufemismo, dei più felici. Il modello “neo-corbu” ha, di fatto, creato quartieri ghetto in tutta la periferia. Le Vele di Scampia appartengono proprio a questo modello, quello per il quale un quartiere dovesse includere tutti i servizi utili e autonomi tanto da poter essere una città autonoma. Gli edifici di Scampia non furono certo progettati per essere quelle prigioni che sono diventate. Lo spirito era proprio il contrario. Ma l’esito fu nefasto. Ecco il punto. Ho avuto la fortuna di formarmi con gli amici di Gravagnuolo e dei Compagna. Sono cresciuto con Daniela Lepore, recentemente e prematuramente scomparsa. Dirigeva la Cattedra di Progettazione ad Architettura. Il suo essere urbanista era ispirato alle idee di Jane Jacobs. Due titoli. La Fine Della Metropoli e La Città e La Libertà. Daniela usava dire spesso: «…il ruolo dell’urbanista deve essere quello di fare il minimo. Giocare per sottrazione. Lasciare spazi ai cittadini. Fare in modo che la vita avvenga. Fare in modo che sia la vita a organizzare la città e non il contrario. La città è un corpo in movimento che deve adattarsi alle ben più importanti esigenze dei corpi che la abitano e che la rendono viva. Il centro è il centro di una città perché le persone hanno fatto in modo che ciò avvenisse. Nessuno, se non i cittadini, può decidere dall’alto dove collocare il centro. Sarà il luogo in cui sarà più facile l’incontro con l’altro a stabilirlo. Sarà la vita che lo deciderà. Questo occorre fare, dare spazio alla vita….». Ecco il sunto, la voce di Daniela, che sempre ci accompagnerà. «…e se proprio devo darvi una lezione allora dico ascoltatevi Telegraph Road dei Dire Straits . Di formazione laica, libera dagli ideologismi neo-corbu, mi preme ricordare il suo talento, il suo civismo, la sua vitalità, la sua lezione. Ringrazio Giuseppe Ossorio per aver citato Benedetto Gravagnuolo. Mi ha permesso un omaggio personale a un’amica e a una professionista che quando pochi mesi fa ci lasciò l’intero cortile della Facoltà di Architettura si riempi di mille persone tra le quali moltissime personalità che molto hanno avuto a che fare con la storia migliore della Napoli laica e internazionale.