Una riforma non prorogabile

La ricorrenza dei 28 anni dalla strage di Capaci invita, ogni anno, a riflettere su quanto sia fondamentale il ruolo della magistratura nella tenuta di uno Stato democratico; e il tema torna oggi prepotentemente al centro del dibattito pubblico a causa delle vicende susseguitesi nelle ultime settimane. Dall’arresto del procuratore capo di Taranto, passando per la questione delle scarcerazioni determinate dal covid-19 e l’affair Di Matteo, fino alle sconcertanti intercettazioni acquisite nelle indagini sull’ex presidente dell’ANM in merito all’uso politico del potere giudiziario e diffuse qualche giorno fa da, per la verità pochi, quotidiani nazionali, si sono finalmente riaccesi i fari su di una antica questione, vitale per il nostro Paese, e cioè il rapporto di forza tra i poteri costituzionali dello Stato, e il ruolo che in questa partita gioca il cosiddetto quarto potere, la stampa.
La trascrizione delle veline delle procure e la diffusione di contenuti penalmente irrilevanti di moltissime intercettazioni sono ormai diventate un genere giornalistico a sé stante, e anche quello di maggior successo. Succede così che i cronisti giudiziari diventino il vero braccio armato della magistratura, come se i poteri di indagine sempre più penetranti già riconosciuti ai pm non fossero sufficienti, da utilizzare in un conflitto con gli altri poteri dello Stato, esploso in tutta la sua violenza nella stagione di Tangentopoli, e che prosegue da quasi 30 anni, avendo toccato il suo apice, probabilmente, con la vicenda della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, sottoponendo a intercettazioni, indirette, lo stesso Capo dello Stato. 30 anni nei quali la politica ha indietreggiato sempre di più, lasciando spazio all’avanzata del potere giudiziario, e anzi, soprattutto in determinati contesti, spalleggiando e cavalcando il montare della cultura giustizialista, quella stessa cultura che oggi ci consegna un Ministro delle giustizia costretto a dover giustificare, in un indegno processo di piazza, l’esercizio della sua legittima prerogativa di nomina fiduciaria, a fronte di assurde illazioni di uno dei campioni del giustizialismo. Paradossale che ciò sia avvenuto proprio nei confronti di uno degli esponenti del partito che su quella cultura ha trovato fondamento. Per quanto determinante però, l’origine di questo corto circuito istituzionale non va ricercata soltanto nella crisi della politica, meglio, dei partiti politici, ma anche nello status della magistratura italiana. Non si tratta solo della sua politicizzazione, e della correntizzazione, per l’appunto politica, dell’Associazione Nazionale Magistrati, all’interno della quale si possono sostanzialmente ritrovare le stesse dinamiche, con annessi vizi e virtù, proprie del sistema partitico, finalizzate, nello specifico, alle nomine del CSM o degli incarichi giurisdizionali territoriali, ma del fatto ch’essa, pur essendo un potere dello Stato riconosciuto in Costituzione, seppure come «ordine», è totalmente estranea dal circuito politico-democratico-rappresentativo, come accade invece per il potere legislativo e il potere esecutivo.
Appare dunque necessario un serio e profondo ripensamento della magistratura, che vada dalla separazione delle carriere ai meccanismi di selezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, al fine di garantire una sana dialettica tra i poteri dello Stato, ed evitare che l’indipendenza, che è riconosciuta al potere giudiziario, si trasformi in arbitrio.