La lettera dei 70 un errore senza fondamento nella storia e nel diritto internazionale

Il nuovo governo Netanyahu-Gantz appena formato ha annunciato l’annessione di una parte degli insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania, West Bank). Tanto è bastato a 70 parlamentari italiani, primi al mondo per celerità, per precipitarsi lesti a recitare il mantra anti-sionista che la decisione assesterà un “colpo decisivo” al processo di pace e che si tratterebbe di una decisione in violazione del diritto internazionale.
Nel Giorno di Gerusalemme, che per gli islamici coincide quest’anno con l’ultimo giorno del Ramadam, l’Ayatollah Khamenei aveva appena affermato che “la Jihad e la lotta per liberare la Palestina dal cancro sionista sono doveri islamici”. La tempistica della sortita dei 70 è stata perfetta per continuare ad alimentare irresponsabilmente una odiosa propaganda anti-israeliana senza alcun fondamento né nella storia, né nel diritto internazionale, ma solide basi nella manipolazione dei fatti e nella altrui convenienza politica.
Il processo di pace è in stallo dal 1993, da quando vennero stilati gli Accordi di Oslo, a seguito dei quali Israele dovette subire due intifade.
A Camp David, nel 2000, con la mediazione di Bill Clinton, Ehud Barak offrì a Yasser Arafat uno Stato palestinese demilitarizzato che avrebbe incluso il grosso di Giudea e Samaria, la Striscia di Gaza e avrebbe avuto come capitale Gerusalemme Est. Il 91 per cento dei territori conquistati da Israele nel 1967 dopo la Guerra dei sei giorni, e che il Mandato Britannico per la Palestina del 1922 aveva assegnato agli ebrei, sarebbe passato sotto sovranità palestinese. Arafat disse no. L’allora inviato statunitense per il Medio Oriente, Dennis Ross, nelle sue memorie ricorda di come Bill Clinton, a un certo punto, perse la calma e urlò ad Arafat, “Sei stato qui quattordici giorni e hai detto di no a tutto”.
Nel 2008 Ehud Olmert offrì a Abu Mazen il rinnovo della proposta di Barak mostrando al presidente dell’ANP una mappa con i confini dello Stato palestinese. Attese da Abu Mazen un segno di assenso che non arrivò mai.
Nel 2009 l’amministrazione Obama impose a Benyamin Netanyahu di congelare per dieci mesi i permessi di costruzione per i nuovi residenti negli insediamenti. Da allora, non è accaduto nulla.
Nulla infatti poteva accadere. Da parte araba, il “processo di pace” è pura fiction. E solo l’amministrazione Trump, nel piano proposto a gennaio 2020, ha fatto chiarezza. Primo, la presenza ebraica nei territori della Giudea e Samaria, in base al Mandato Britannico per la Palestina del 1922, reso possibile dalla Conferenza di San Remo del 1920, è perfettamente legittima per il diritto internazionale. Nel 1947, furono gli arabi a rifiutare di stabilire lo Stato palestinese nei territori concessi dal Mandato. Secondo, non può avviarsi alcuna reale pacificazione se non viene riconosciuta la legittimità non solo geografica ma esistenziale di Israele.
Il punto principale è solo ed unicamente questo: il rifiuto arabo e islamico nei riguardi dell’esistenza di uno Stato ebraico su un suolo considerato in perenne dotazione all’Islam.

Nessuna pace potrà mai esserci se chi, non avendola mai voluta, non si renderà conto che Israele ha pieno diritto di esistere ed è definitivamente parte, quale unica democrazia nell’area, dell’assetto mediorientale. Solo allora si potrà proseguire.
Ai 70 parlamentari firmatari della petizione Boldrini va chiarita la differenza tra due stati e due democrazie. Se i cittadini arabi di Israele votano e sono rappresentati nella Knesset, i palestinesi rimangono valuta pregiata per la cleptocrazia di Hamas a Gaza e comodo ostaggio di al-Fatah in Cisgiordania.
“La libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Le parole di Ugo La Malfa volevano essere profetiche e intrise di profonda gioia, ma oggi suonano urgenti e ammantate di profonda tristezza.

(con Niram Ferretti)