Il Fondo europeo per la ripresa un’occasione per un consenso nazionale

Il Partito Repubblicano Italiano ha avviato una riflessione sulla prospettiva, se non sulla necessità, di un governo delle larghe intese; un esecutivo capace di approntare riforme ormai ineludibili per risollevare il paese dall’innesto della crisi provocata dal Covid su una situazione di mancata crescita già preesistente. Il PRI ritiene che nessuno come Mario Draghi possa condurre questo esecutivo, che per sa natura non avrebbe veri precedenti nella storia del paese.

Mario Draghi è certo la personalità italiana che più è in grado di realizzare un ambizioso programma di riforme (su di esse il PRI ha presentato un documento il 14 aprile scorso) con una forte intesa con le istanze europee, il cui ruolo è ancora più di prima indispensabile al fronte dell’aumento del debito pubblico italiano. Solo di sfuggita ricordiamo le credenziali di Draghi, che ha saputo impiegare ogni spazio offerto dal mandato della Banca Centrale Europea, perfino con rischio di andare oltre (che è poi uno dei sensi della controversa sentenza della Corte costituzionale tedesca, che comunque si inserisce soprattutto in un dibattito interno della Germania). Divenuto presidente della BCE nel 2011, ha svolto un ruolo da protagonista nella troika che ha assistito la Grecia nella ristrutturazione del suo debito e nell’erogazione del MES, dato il ruolo principale della BCE nella stessa troika. Ricordiamo anche che Draghi, che si è proclamato vicino al “socialismo liberale”, è formato a un filone politico di derivazione azionista e dunque vicino al mondo repubblicano. Solo il tempo potrà chiarire se vi sarà un consenso di larghe intese intorno alla sua figura, come auspicato dal PRI. Tuttavia i repubblicani ritengono che le forze politiche italiane debbano trovare un’intesa da subito su alcune scelte di fondo.

Il rapporto con l’Europa è una di queste, perché riteniamo inverosimile che Mario Draghi possa domani presiedere un esecutivo espressione di forze politiche che già oggi non sono capaci di un consenso nazionale al cospetto dei recenti sviluppi europei. In particolare, la proposta congiunta per un Fondo perla ripresa dotato di 500 miliardi costituisce un fatto nuovo. Si tratta di un’iniziativa che ha i limiti della logica di un direttorio franco-tedesco,. Di questa formula ha anche la forza, non piccola, dato che priva i paesi che si oppongono al Fondo di un alleato indispensabile quale la Germania. Soprattutto i repubblicani valutano positivamente che la proposta franco-tedesca rappresenta una prima pietra di una vera unione fiscale europea, considerata “più urgente che mai” proprio da Draghi come da tutti federalisti. Le risorse andranno infatti reperite sia attraverso l’emissione di titoli di debito europei, sia con l’aggiunta di nuove tasse comunitarie verso multinazionali, colossi informatici e aziende con un forte impatto in termini di inquinamento. In questo modo si possono raccogliere 500 miliardi di risorse nuove, “soldi veri”, che si aggiungerebbero alle altre in parte già mobilizzate e in parte ancora da definire tramite il piano multi-annuale 2021-2027 e la BEI.

Il negoziato per arrivare all’emissione dei Recovery è solo all’inizio, ma il fatto che la Germania abbia finalmente riconosciuto il valore strategico e la convenienza di un prestito comunitario, e che i finanziamenti saranno erogati non come prestiti (per l’Italia si parla di un sostegno di cento miliardi) è una vera svolta.

Una svolta che sarà soggetta ad alcuni vincoli per gli stati beneficiari, e i repubblicani non possono che ricordare che la condizionalità è un elemento ineludibile nei rapporti di forza tra Stati membri, ma se ben impostata, anche positivo. In particolare, i Recovery dovrebbero privilegiare riforme e investimenti nei due assi portanti dello sviluppo dell’UE: il Green Deal e l’agenda digitale – una visione che vuole rendere l’Europa all’avanguardia nel mondo per modernità e sostenibilità e che potrebbe condurre l’Italia a miglioramenti decisivi nella modernizzazione della sua pubblica amministrazione e nella lotta alla corruzione.

Come per i fondi del MES per la sanità, che un autorevole esponente dell’opposizione quale Silvio Berlusconi ha definito risorse “così convenienti che dovremmo assolutamente accettare, opporsi è un no anti-europeo”, anche l’accesso al Ricovery implica una scelta di adesione irreversibile alla zona euro e a una maggiore convergenza europea delle politiche finanziarie nazionali. Non dubitiamo che Mario Draghi sposerebbe questa linea. Se sul MES la convergenza è al momento purtroppo limitata a PD, FI, IV e +Europa, per il Fondo per la ripresa i repubblicani auspicano il sostegno di un fronte vasto della politica italiana, pur nei rispettivi ruoli di attuale maggioranza e opposizione. Chi non condividesse questa posizione, si dovrebbe spiegare chiaramente con quali strumenti finanziari alternativi intende procedere. La costituzione di un consenso multipartisan intorno a queste scelte cruciali in sede europea, avrebbe due conseguenze: rafforzerebbe non poco il difficile compito del governo Conte nel negoziato a Bruxelles, e costituirebbe un segnale incoraggiante, anzi indispensabile, al senso di responsabilità nazionale necessario alle larghe intese.