Ecco perché Falcone in realtà non è mai morto

28 anni fa la strage di Capaci. «Ricordo quel giorno per lo sconforto che assalì ogni italiano», dice Eugenio Fusignani, vicesegretario vicario del PRI, «ma anche per la nitida immagine del Presidente del Senato, Giovanni Spadolini mentre col volto segnato dal dolore che segnava il suo volto con poche parole non di circostanza disse che la Repubblica avrebbe reagito con fermezza. E quella reazione ci fu purtroppo anche al carissimo prezzo di un’altra strage altrettanto dolorosa. Dunque per i Repubblicani ricordare Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, non è solo un atto dovuto per ononorare la memoria di un grande Magistrato, ma rappresenta soprattutto un vero e proprio dovere civile. Un ricordo che vuole essere in primis un atto politico per affermare il principio della Legalità e per dimostrare che la guerra alle mafie come a ogni criminalità, è un impegno quotidiano al quale il PRI come ogni Cittadino responsabile non può e non vuole rinunciare. Per i Repubblicani c’è infatti l’assoluta consapevolezza che senza Legalità non ci sono diritti e non possono esistere né Democrazia né Repubblica».

«Noi repubblicani siciliani continueremo a lottare contro ogni tipo di mafia, denunciando ogni tipo di malaffare perché l’indifferenza è compromesso ed il pericolo maggiore per la democrazia», ha scritto tra gli altri Daniele Mondello membro del direttivo regionale siciliano del PRI. Anche Michele Polini, segretario dell’unione romana del PRI ha sottolinato il grande valore della giornata.