FCA: la garanzia dello Stato

Il Commento Politico ha tardato qualche giorno a esprimere un’opinione sul caso del finanziamento con garanzia dello Stato richiesto da FCA Italia per avere il tempo di mettere insieme tutti i particolari sull’operazione e di riflettere sulle sue implicazioni.

La domanda centrale ci sembra questa: è giusto offrire la garanzia dello Stato su finanziamenti a imprese che, pur avendo stabilimenti in Italia, fanno capo a società estere come è oggi FCA? La risposta che diamo è che se i finanziamenti riguardano e sono utilizzati per il funzionamento degli impianti localizzati in Italia, la garanzia ha un senso. Su questo punto, il Ministro dell’Economia, parlando alle Camere, ha preso degli impegni precisi. Gualtieri ha affermato che si tratta di “un’importante operazione di politica industriale” e che “dal governo ci sarà massimo rigore nella verifica degli impegni”. Poi ha ricordato che il decreto liquidità “per i prestiti di maggiore entità ha subordinato la concessione della garanzia a un decreto ministeriale e alla verifica di specifiche ricadute positive sul piano dello sviluppo tecnologico, dei livelli occupazionali, del peso in una filiera produttiva strategica”. Ha aggiunto che “Fca si è impegnata a utilizzare le risorse per sostenere la liquidità della filiera automotive, il che è utile e apprezzabile” e che “Tuttavia nelle interlocuzioni informali che hanno preceduto la richiesta di finanziamento a Intesa San Paolo il governo ha chiarito che sarebbero state necessarie condizioni aggiuntive: la conferma e il potenziamento del piano di investimenti anche nelle nuove condizioni determinate dal coronavirus, l’impegno alla non delocalizzazione della produzione, la conferma dei livelli occupazionali, la puntuale rendicontazione degli investimenti concordati”. Dunque, se il governo farà seguire a queste dichiarazioni di intenzioni una concreta capacità di seguire le vicende del settore dell’auto e di ottenere da FCA un puntuale rispetto degli impegni assunti, l’operazione ha un senso. Questa è la nostra opinione.

Certo, in molte delle prese di posizione di questi giorni, sembrerebbe che si parli della FCA come se fosse ancora la FIAT, la fabbrica di automobili di Torino. Ma nel farlo si dimentica che nel frattempo con la fusione con Chrisler e a maggior ragione oggi con la fusione con Peugeot, non c’è più una fabbrica italiana di automobili, ma una fabbrica internazionale che ha molti stabilimenti in Italia. Siamo ovviamente molto più deboli e molto più soggetti alla minaccia delle chiusure degli stabilimenti da cui dipende una quota importante della nostra produzione industriale. È difficile difendere questo patrimonio con le minacce ed è a sua volta difficile difendersi dalle minacce di ulteriori chiusure.

Come in molti campi, paghiamo oggi il conto di errori del passato. Vorremmo che si cercasse di riparare a quegli errori e si cominciasse a risalire la china. Ma naturalmente risalire una china è assai più faticoso e difficile che scenderla, come è avvenuto da troppi anni. Il piano di ricostruzione post coronavirus dovrebbe avere questa ambizione. Ma non sappiamo ancora se qualcuno ci stia lavorando. Anzi non sappiamo se il Governo abbia piena consapevolezza di questo problema.