Giovanni Ferrara e l’Apologia dell’uomo laico

Giovanni Ferrara Salute è stato un personaggio di confine. Un Uomo in perenne ricerca. Uno di quelli che piacciono a noi. Senza dogmi. È stato uno storico e un giornalista scrupoloso. Avanzatissimo e rigoroso nel metodo. E, ovviamente, un politico appassionato. Nasce a Roma nel ’29 in una famiglia di origine ebraiche. L’antifascismo è nel dna famigliare. La sua è una famiglia dove le culture dell’emancipazione convivono e si coltivano l’una con l’altra. Suo padre gli diede il nome di Giovanni in ricordo di Giovanni Amendola, amico e collega di giornalismo nella battaglia per la libertà. La sua famiglia, un po’ come quella di Francesco Compagna, è esemplare. Alla base dell’educazione c’è la ricerca della libertà come elemento unificante. Dal padre liberale ereditò lo spirito laico e l’idiosincrasia verso ogni ‘chiesa’. Fu fratello di Maurizio Ferrara, alto dirigente del PCI, e quindi zio dell’effervescente Giuliano (personaggio straordinario, oggi giornalista affermato, fondatore de Il Foglio, già comunista riformista “migliorista”, poi socialista craxiano , in seguito liberale in Forza Italia e poi liberale e libertario tout-court). Laureato in Lettere Classiche, in lui coabitavano e si alimentavano due passioni, quella per la storia (divenne docente di Storia Antica) e quella per il giornalismo. La seconda si nutriva del metodo rigoroso della prima. Entrambe queste passioni furono parte integrante e strumento per la sua vocazione politica. La ricerca, come dicevamo, della libertà come prassi continua. Come ricerca continua, in perenne evoluzione. Da qui lo studio sull’evoluzione del concetto di libertà nella storia delle società e civiltà antiche (come storico) e moderne (come giornalista). Iniziò la sua militanza politica nelle fila della sinistra del PLI, ma ben presto partecipò alla scissione che diede vita al nuovo Partito Radicale di cui fu fondatore con Marco Pannella e altri illustri intellettuali che provenivano dalla sinistra liberale. Ovviamente fu tra i più illustri collaboratori di quella fucina brillante che fu Il Mondo di Mario Pannunzio. Passaggio obbligato per le migliore anime libere degli anni cinquanta. Poi fu collaboratore de Il Giorno. Intanto le sue indagini sull’Italia divennero esempi di giornalismo per tutta una generazione che, dai suoi corsivi, imparava il mestiere di giornalista. Duro mestiere se lo si intende come era uso fare Giovanni Ferrara. Non si può fare giornalismo se non si ha ben chiaro che alla base ci deve essere un metodo preciso e una missione da compiere. Il suo giornalismo era in continuità con l’analisi dei fenomeni storico-sociali. Un mestiere cui applicava la stessa metodologia che usava in ambito accademico. Con l’identico rigore e con la voglia di suscitare domande e interrogativi spesso spiazzanti ma fondamentali per cogliere gli elementi davvero interessanti che si muovono negli interstizi della società. Fu oggetto di attenzione da parte di De Benedetti che lo volle nel suo gruppo editoriale. Ma Ferrara nel frattempo aderì con convinzione al Partito Repubblicano Italiano nel 1965 divenendo presto esponente del gruppo dirigente e direttore de La Voce Repubblicana. Fu sempre affianco a Bruno Visentini, Ugo La Malfa (del quale condivideva l’approccio per una vera sinistra non marxista) e legato da profonda amicizia a Giovanni Spadolini. Da uomo politico fu eletto in Senato per tre legislature, dal 1983 al 1994, lavorando in varie commissioni parlamentari. Nel frattempo fu anche consigliere comunale per il PRI a Firenze dal 1990 al 1995. Chiaramente la passione politica era nel suo dna. Anch’essa vissuta con lo stesso rigore applicato contemporaneamente al suo impegno come storico e come giornalista. Da storico studiò a fondo personaggi come Giulio Cesare e Tucidide. Le sue biografie sono tutt’oggi ineguagliabili per l’analisi scientifica e per la modernità dell’approccio. Egli fu innanzitutto un Maestro. Per Giovanni Ferrara la conquista del sapere era da intendersi sterile se non finalizzata alla trasmissione. Ecco perché egli fu innanzitutto Il Professore. Non per un atteggiamento snobistico, al contrario. Egli era al servizio costante dei suoi allievi e a disposizione di chiunque avesse voglia di incuriosirsi. Lo stimolo per la curiosità. Per la voglia di interrogarsi e interrogare era la sua autentica cifra che riuniva le tre figure del Ferrara. Lo storico, il giornalista e il politico.
Famoso fu il suo intervento al convegno L’intervista strumento di documentazione tenutosi presso il Ministero per i Beni Culturali il 5, 6 e 7 maggio del 1986. Giovanni Ferrara intervenne sul tema L’informazione, i fatti e le idee. In cui ritenendo forse più interessanti le interviste giornalistiche del passato, che in quanto meno abusate costringevano a una maggiore attenzione nelle domande e nelle risposte auspicava una ridefinizione del suo ruolo da giornalista come tramite per fare emergere dalle interviste le cose nella loro reale importanza. Ecco alcuni passaggi:

«…diamo ai giornalisti il potere, la capacità e la responsabilità di chiedere quello che vogliono, e costringiamo gli uomini politici, gli uomini importanti a rispondere cose di cui si devono assumere davvero la responsabilità. Il risultato sarà una semplificazione del quadro documentario una maggiore chiarezza e soprattutto una maggiore possibilità di valutare i fatti che nelle interviste e in altri documenti analoghi ci sono, nella loro reale importanza».

E ancora:

«…vale la pena di rileggere in proposito un capitolo di Tucidide che è la più antica e forse ancor oggi la mente storica più straordinaria che abbia prodotto l’umanità. Proprio all’inizio della sua storia Tucidide in poche parole, appunto semplici parole che però hanno l’enorme potenza delle parole semplici di chi scopre, inventa addirittura un problema, ci spiega come lui ha fatto, come è scritta la sua storia. Egli distingue innanzitutto tra i fatti e le parole, tra i fatti accaduti e le parole dette. Quanto alle parole dette, scrive che non è possibile riportarle alla lettera così come erano state pronunziate: “Quindi io ho cercato di far dire a ciascuno ciò che a me sembrava logico (rendo semplice un testo molto difficile e discusso) che egli dovesse, in quelle circostanze, dire”. Quindi noi abbiamo già una semplice definizione della situazione di uno che ha ascoltato un discorso e deve riferirlo. Non è un’intervista, ma potrebbe assomigliargli: noi possiamo supporre, ad esempio, che Tucidide abbia parlato a lungo con Alcibiade circa molte cose erano accadute e gli abbia chiesto: “Che cosa hai fatto? Perché quello ha fatto quell’altro? Ma che ti è venuto in mente?”. Ebbene, le cose dette creano un problema particolare, perché anche quando noi ce le ricordiamo bene non possiamo ripeterle meccanicamente, e perché poi forse anche una parte ne cade dalla memoria, quindi dobbiamo ricavarne un senso nostro e offrire questo senso. Quanto alle cose fatte, c’è il problema di chi è presente e vede gli eventi a modo suo, o ha una memoria lacunosa, e quello di chi è assente e deve trovare dei testimoni che non siano troppo gravati né da difetti di memoria né dalla partigianeria; e da tutto questo lui deve prendersi la responsabilità di ricavare e costruire il fatto e dire “…È accaduto questo!”. Il concetto di distinzione tra i fatti pratici e quei fatti particolari che sono l’esposizione delle idee, cioè i discorsi o le interviste, c’è già in questo antico pensatore storico. Il racconto di un fatto nasce sempre da una complessa operazione, anche inconsapevole, di filtro delle informazioni che si fanno: anche questo c’è molto lucidamente in Tucidide. Ora, se potessi dare un’opinione, direi che non si capisce perché debba essere un fatale destino questo di essere continuamente bombardati di fatti e di idee. Direi che una maggiore operazione di filtro sarebbe opportuna, altrimenti poi è inutile che ci lamentiamo o che diciamo che la gente non capisce più niente perché è bombardata. Bene, bombardiamola un po’ meno!».


Che lezione! Siamo nel 1986 e Giovanni Ferrara già prefigurava un mondo fatto da fake news e basato sulla post-verità!
Massimo Teodori, alla morte di Ferrara, colse lo spunto dell’uscita postuma del romanzo Il Fratello Comunista per riflettere sull’intera vicenda del ‘900 dal punto di vista di Giovanni Ferrara: «Ero curioso di capire cosa vi fosse dietro quel “Caro mio, è tutto finito” che Maurizio Ferrara , antico dirigente comunista, volle in tarda età comunicare a suo fratello Giovanni, intellettuale liberaldemocratico di lungo corso. Conoscevo il lato pubblico dei Ferrara: da adolescente, a metà degli anni ’50, avevo incontrato Giovanni direttore di Critica Liberale, la rivista dei giovani liberali e poi esponente dei Radicali di Mario Pannunzio; con suo fratello Maurizio avevo avuto a che fare nei primi anni ’60 quando noi del gruppo pannelliano avevamo preso in mano il Partito Radicale; inoltre il padre Mario Ferrara, antifascista liberale, mi aveva educato con i lucidi articoli de Il Mondo; e più tardi, all’inizio degli ’80 avevo familiarizzato con Giuliano Ferrara, figlio di Maurizio, quando da ex-comunista era approdato nei circoli craxiani. Ma Il Fratello Comunista di Giovanni Ferrara è qualcosa di diverso da una saga familiare centrata sul rapporto appassionato tra due fratelli impegnati politicamente in campi diversi. Sullo sfondo dell’antifascismo e del suo valore perdurante, il libro illumina lo scontro epocale tra liberalismo e comunismo, come vissuto da un padre e due figli le cui vite “furono coinvolte e persino stravolte in tali scelte ideale, morali e politiche”. Giovanni, storico dell’antichità classe 1928, si dedicò con passione alla democrazia laica prima con i liberali e radicali e poi trovando la sua casa con i repubblicani di Ugo La Malfa seguendo le orme del padre Mario, avvocato liberale amendoliano che difese di fronte al tribunale speciale gli antifascisti di ogni colore. Suo fratello maggiore Maurizio, giornalista classe 1921, entrò nel PCI clandestino e percorse, se pure con ironia romana o romanesca, l’intero cursus ortodosso dello stalinismo e del togliattismo fino ai ripensamenti degli anni ’90. Ma, oltre le belle storie di belle persone, quel che più intriga in questa piccola-grande vicenda familiare-nazionale è la quasi inversione delle parti in età avanzata. Maurizio, senza pentirsi, riflettendo su se stesso confessa il fallimento del comunismo: «È stato tutto inutile. Non ha significato niente. Non c’era niente che valesse la fatica… tutta la vita. Una fatica inutile». E giunge a simpatizzare per il socialismo anticomunista craxiano e il liberalismo, lui che aveva giudicato Salvemini un fiero anticomunista al soldo dell’America e Croce il legislatore del blocco agrario-industriale. Giovanni, che era sempre stato un rigoroso anticomunista democratico, rassicura il fratello sul senso della sua vita: «Dammi retta, non è per niente vero che di te e dei tuoi compagni non resta nulla. Resta un monte di disastri, certo, ma anche, e soprattutto, una gran parte positiva della storia italiana della nostra età». E conclude Giovanni: «La vicenda di Maurizio è sempre stata un risvolto decisivo della mia. E così avvenne alla fine che lui, per quarant’anni alla mia sinistra, si trovò alla mia destra». Nel nostro tempo confuso la lettura de Il Fratello Comunista è una boccata di aria fresca. Perché, sulla scorta di esistenze moralmente e intellettualmente integre, si mettono a fuoco, senza dottrinali verità e con molti laici dubbi, le luci e le ombre della grande storia del nostro tempo…».
Concludiamo ricordando il suo testo più rappresentativo. Apologia dell’uomo laico. Cos’è un “laico”? Basta, per definire laico un uomo, constatare la sua milizia o le sue simpatie politiche, la sua posizione nei contrasti tra Chiesa e Stato, il suo antidogmatismo, la propensione per certe filosofie? Nella vita quotidiana, sociale e politica può bastare. Ma al di là di questa ufficialità, c’è un modo profondo d’essere dell’uomo, una forma interiore dell’umanità, che spiega perché e in che senso un individuo si sente laico e predestinato al laicismo? Sì può parlare si può parlare di una “natura laica” come realtà di coscienza, come atteggiamento intimo di fronte alla vita, al mondo, alle espressioni concrete del mondo, la società, le istituzioni, la politica? L’Autore, che crede di avere il diritto di definirsi ufficialmente un laico, avverte di fronte al travaglio e alla confusione del nostro tempo il bisogno di dare una risposta a tali domande. E la sua risposta è sì. C’è un tipo di coscienza che va detta laica, perché è fatta in modo da dover rifiutare qualsiasi forma di “fideismo”, di ordine precostituito, di dogma. Ma proprio grazie a questo rifiuto può costruire l’ordine morale e politico e la fedeltà alla vita e ai valori sociali. È la coscienza “originaria mente solitaria” che per propria logica genera la concreta realtà dell’uomo laico…
Giovanni Ferrara ci lasciò dopo un seminario. Uno dei tanti che teneva per i suoi studenti e non solo. Ricorda la vedova Sandra Bonsanti: «Tante volte mi aveva detto che la morte di un insegnate è leggera se arriva nell’aula di un’università, nel mezzo di una discussione tra studenti e maestri, comunque individui che stanno dedicando tempo e passione ai grandi problemi irrisolti della democrazia. Così quando alla fine di un intervento sulla crisi del capitalismo mi guardò negli occhi dicendomi “c’è qualcosa che non va…” accasciandosi poi tra le mie braccia, colpito da un’emorragia celebrale… pensai per un attimo che il destino gli era stato amico. Poi venne ricoverato in ospedale dove passò due giorni in coma. Si spense. Nell’angoscia del mio ritorno a casa. La nostra. In solitudine. Sulla scrivania trovai un suo biglietto scritto e buttato lì prima di uscire di casa per l’ultima volta. Diceva “In Italia la libertà è abbastanza vecchia da essere dimenticata e troppo giovane per essere forte”».


Consigliamo di visitare il convegno registrato da Radio Radicale La Riforma della Politica del 17 marzo 1992 svoltosi nella sede del Partito Repubblicano Italiano. Con Giovanni Ferrara, Mario Pirani, Giuseppe Ayala (allora deputato PRI) e Antonio Surace.

Sempre su Radio Radicale Benedetto Croce e l’eredità della Cultura Laica svoltosi il 18 marzo del 1993 presso l’Istituto Studi Ugo La Malfa. Con Giovanni Ferrara, Giovanni Spadolini, Giuseppe Galasso e i docenti Antonio Di Napoli e Armando Brissoli.

Su Radio Radicale è on line una gran quantità di interventi di Ferrara. Per chi voglia approfondire tutti gli espetti della sua straordinaria figura.