Rosario Romeo. Il rigore dello storico in politica

Il 18 marzo del 1987 a Strasburgo viene allestita la camera ardente di Rosario Romeo. Storico. Eurodeputato. Repubblicano. Aldo Bozzi: «Un uomo vivo. Vibrante. Di immensa cultura e di grandissime idealità!». Jas Gawronsky, suo collega nel gruppo PRI-PLI nell’allora ELDR: «Ci siamo conosciuti proprio in occasione della nostra elezione al Parlamento Europeo. Malgrado fosse da decenni membro della direzione del partito. Io ne avevo, all’inizio quasi timore. Ero intimidito dalla sua fama. Ero al corrente dell’ estremo valore dell’uomo e del suo rigore. Una figura francamente unica. La sua energia nel tenere insieme in un progetto di altissimo respiro, e di fare sintesi tra i nostri cinque rappresentanti nel gruppo facendo sì che avessimo la forza di un gruppo molto più corposo è stata la cifra del suo spessore politico». Claudio Signorile, presente anch’egli ai funerali: «Ho conosciuto lo studioso. Lo storico. Il privilegio di poter lavorare con lui all’Università, mi ha reso una persona diversa, più consapevole… e mi ha allargato l’orizzonte dell’agire politico. Tutto deve scaturire dalla prevalenza della ricerca, dell’indagine scrupolosa. L’approccio critico e analitico deve saper cogliere sfumature e angolazioni nuove e diverse. In Romeo la grandezza dell’uomo di scienza esaltava il suo impegno politico». Giorgio La Malfa è colpito in modo personale: «Sono scosso emotivamente. Questa è una perdita enorme. Rosario Romeo ha di fatto ricostruito daccapo la storia d’Italia. Rigore intellettuale. Anticonformismo. Coraggio. Aveva una visione moderna dell’inserimento del nostro Paese nel contesto europeo. Una visione appassionata e appassionante». Oddo Biasini, già segretario del PRI: «Una perdita incredibile. Un colpo durissimo. Una voragine nel mondo dell’europeismo. Un esempio unico. La sua scomparsa improvvisa ci lascia sgomenti e anche impauriti. L’Italia intera perde la più acuta delle coscienze». Queste sono alcune delle testimonianze raccolte il giorno dei suoi funerali. Ma per comprendere realmente il senso profondo della figura di Rosario Romeo basterebbe dire che a Strasburgo, quel 18 marzo, era presente una folta delegazione di studenti universitari venuti di corsa (Romeo scompare di infarto, all’improvviso, la notte del giorno precedente) da Roma. I suoi allievi della Luiss. Tantissimi ragazze a ragazzi, con gli occhi umidi, bellissimi nel loro orgoglio e nel loro dolore per la perdita di un Maestro di siffatta levatura. Consapevoli di dover raccogliere un difficilissimo compito. Consapevoli dell’enorme sfida che li attende, come studiosi e come giovani donne e uomini. Dovranno essere loro a portare avanti la sua immane ricerca. Il suo insegnamento. Da loro dipenderà il futuro del Paese e del sogno europeo. In nome di Rosario Romeo.

Abbiamo voluto iniziare dalla fine. Perché la sua morte precede di pochi mesi la fine di un secolo. La fine del mondo per come si era andato evolvendo il ‘novecento’. Due anni e sarebbe venuto giù tutto. Il crollo dell’impero sovietico avrebbe segnato anche l’inizio della fine della società liberale. Presagio che Romeo aveva ben delineato.

Rosario Romeo nasce a Giarre, in Sicilia. L’undici ottobre del ’24. Il legame con la sua terra di origine sarà fondamentale per comprendere la direzione della sua ricerca storica. Impegno che assorbirà, ovviamente, tutta la vita. È proprio nella sua Sicilia che ha origine il cuore pulsante di tutto. Dalla Sicilia all’Europa. Studiando a fondo le dinamiche e le culture che si intrecciano in Sicilia già nel Medioevo e nel Rinascimento. Iniziò a Catania il suo studio sul Risorgimento. Un lavoro immane. Un’opera che sarà la sua vocazione. La sua missione. Nel ’47 è a Napoli all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Quell’Istituto che Benedetto Croce aveva fondato solo un anno prima con l’intento di superare l’eredità culturale del fascismo, che aveva lasciato dietro di sé una gioventù non educata o mal educata. Proprio l’Istituto partenopeo, con Chabod che lo diresse fino al 1960, divenne il vivaio della storiografia postfascista e antifascista. Luogo di incrocio tra culture diverse, ma tutte legate in vari modi al mondo del liberalismo. Solco nel quale Romeo si riconobbe pienamente, ma sempre con quello spirito critico e anticonformista che lo avrebbe contraddistinto, nel merito e nel metodo delle sue analisi. Da subito avvertì un’intensa idiosincrasia con gli studiosi di matrice marxista. Idiosincrasia che fu, anche questa, elemento caratterizzante del suo impegno di storico e in seguito di politico. A Napoli incontrò storici del calibro di Ettore Lepore e Giuseppe Galasso. Strinse legami con esponenti del mondo azionista, liberale, radicale, repubblicano… Poi nel ’56 vinse la cattedra di Storia del Risorgimento a Messina. Fu un ritorno in patria, dal momento che nel 1950 scrisse la sua opera prima, Il Risorgimento in Sicilia. Frutto dei suoi studi universitari, con quel testo lo studioso aveva inteso collocare all’interno dell’Italia e dell’Europa la storia della Sicilia tra Settecento e 1860. Ne aveva ricostruito la triangolazione fra aristocrazia locale, monarchia borbonica e una società segnata dall’arretratezza del “contadiname” e dai germi di una vivace élite agraria. Non il crociano ceto colto, che nell’isola appariva debole, ma una moderna borghesia che si insinuava nella crisi del baronaggio e, con il 1948, si collocava nell’alveo del liberalismo moderato. Della Sicilia Romeo era in grado di illustrare il regime fondiario, le scelte agronomiche, la trama della società. Il suo metodo si delineava ben chiaro da subito. Ancora studente aveva un taglio ricco e complesso che superava lo storicismo idealistico e vi innestava forti elementi di analisi economica. Questi ultimi andranno via via assumendo caratteri sempre più prevalenti, rendendo così più profonda l’indagine storica. Come giusto che fosse, andò oltre il suo Maestro Benedetto Croce, la sua stella polare. Di Croce disse: «Croce era tutto. Non solo un maestro di storia, ma un maestro di cultura nel senso più ampio, quale raramente è dato incontrare nella storia di un Paese».

Difficile mettere ordine a tale complessità. L’uomo, lo storico e il politico Romeo è materia viva, tutt’oggi incandescente.  Possiamo solo suggerire spunti che il lettore approfondirà.  O, se vogliamo dire bene, coglierà l’occasione di ritornare a studiare. Immergendosi letteralmente in un mondo avvolgente e totalizzante qual è la mole dell’opera di Romeo.

Torniamo a Il Risorgimento in Sicilia. Il volume, per la sua particolarità metodologica, fu subito oggetto di polemiche. Abbiamo detto che Romeo mal sopportava la storiografia di stampo marxista. E famosa fu la sua critica all’impostazione gramsciana della storia dell’unità d’Italia. Lo storico siciliano non condivideva l’interpretazione dell’unità d’Italia come rivoluzione agraria mancata. Anzi, lo sviluppo industriale italiano è figlio della mancata rivoluzione agraria. Non vi erano le condizioni per quella ‘rivoluzione’, fortunatamente (anche per le differenze strutturali tra nord e sud del Paese, tale ‘rivoluzione’ avrebbe per altro costituito un dramma per l’unificazione). Inoltre, insite lo storico in polemica con le letture gramsciane, quelle condizioni avrebbero sottratto risorse e energie all’effettivo affermarsi in Italia di una società industrializzata.  La sua (di Romeo) grande intuizione si compendiava nel binomio Risorgimento e Capitalismo, che poi fu un libro che nacque sulle pagine della rivista di Francesco Compagna Nord e Sud (di Francesco Compagna e di Nord e Sud abbiamo già illustrato in queste pagine). Mettendo a confronto i due libri si avverte chiaramente che Romeo aveva capito che il moto unitario era stato un rivolgimento politico e economico insieme, e che la formazione di un mercato nazionale era stato un fattore decisivo per il decollo anche in termini materiali (per Romeo il Risorgimento è il centro della storia europea). Ciò implicava certamente dei costi. E a pagarli furono il Mezzogiorno e le campagne. Ma per lo sviluppo del Paese non esisteva una ricetta alternativa. Insomma, l’industrializzazione non poteva essere considerata un “bieco gioco reazionario”, ma una scelta positiva e senza ritorno. Il capitalismo, nel campo economico e sociale, svolse in Italia quella funzione positiva e rivoluzionaria che ebbe sul piano etico-politico l’idea della libertà.

Di importanza non fondamentale ma assoluta è la sua biografia di Cavour. Impresa in tre volumi che impiegò tutta la sua vita. In quei volumi c’è tutto.  Dal 1956, quando la Famija Piemonteisa gli commissionò una biografia in vista delle celebrazioni di “Italia 61” all’uscita dell’ultimo volume di Cavour e il suo tempo. La ricerca copre trent’anni della vita di Romeo. Anche se poi il primo volume fu pubblicato del 1969, il secondo nel 1977 e il terzo nel 1984. Sono studi che intraprese già da ragazzo e che si andarono via via arricchendo con l’evolversi del suo metodo di pari passo con l’evoluzione della società contemporanea. Egli analizzò meglio e più di tanti marxisti le strutture economico-sociali sottostanti ai fatti politici. Romeo attraverso Cavour interpreta anche gli insuccessi e le mancanze della storia del nostro Paese. Della storia dell’unità d’Italia. Per esempio, sottolineò che Cavour mentre avviò il Piemonte sulla strada di un’economia moderna, non riuscì a promuovere riforme efficaci in campo amministrativo, giudiziario e diplomatico. Grandissimo peso e valore, ovviamente, riservò a Giuseppe Mazzini. Al repubblicano, lo storico registra l’attenzione con la quale il “Conte” guardava a lui e alla sua azione, pur tanto diversa dalla propria, fino a riconoscere che se non ci fosse stato un movimento rivoluzionario, quello di fare l’Italia con la sola diplomazia sarebbe rimasto solo un sogno. Anche il discorso di Cavour su Roma Capitale del 25 marzo 1861 è di ispirazione mazziniana. Poi c’è il passaggio dell’alleanza tra Cavour e Rattazzi. Operazione che Romeo giudica positivamente perché costituisce un “ponte” dal moderatismo al liberalismo.  Per quanto riguarda l’alleanza tra Cavour e Giolitti, egli la considera il vero “capolavoro” del Conte. Lo statista riuscì a depotenziare il carattere eversivo della sinistra piemontese e a portarla sulle proprie posizioni.  Secondo Romeo, la sinistra storica, da Depretis in poi, fece un tentativo analogo. Quello di assorbire le opposizioni, soprattutto nel Mezzogiorno, unificando, per così dire, il Paese. In realtà Giolitti non ebbe la statura sufficiente per raggiungere effettivamente tale scopo. E con questo giudizio su Giolitti si allontanò da Croce (la cui storia d’Italia era vista in prospettiva giolittiana). Ecco entrare Salvemini e il suo giudizio negativo sulla piccola borghesia intellettuale del Mezzogiorno. In pratica, se questo ceto si accoda al moto unitario non lo fa solo per ragioni nobili e ideali. Lo fa per salvare il vecchio, non per amore del nuovo (Il Gattopardo?!). E così via. In un’analisi spesso impietosa che non manca , però, di esaltare i momenti di grandissima modernità e ricchezza civile della sua Sicilia dovuti allo straordinario melting pot di culture di variegata provenienza.

Ma noi andiamo avanti veloci e eccoci all’Idea di Nazione. Un ideale sempre inseguito e in movimento. Dopo la Grande Guerra, la prima vera prova dell’unità raggiunta, l’Italia è sfiancata. Esplodono le contraddizioni. La fine dell’800 avrebbe portato il Paese da un’economia rurale a una industriale. È l’avvento del capitalismo. Ma il mancato progetto di riforme che avrebbe dovuto affiancare questo passaggio avrebbe inevitabilmente portato a un’esplosione delle differenze sociali (ecco il keynesismo di Romeo). C’è il biennio rosso. Va in crisi lo Stato liberale. E arriva il fascismo. Negli ultimi anni Romeo si chiedeva se l’idea di Nazione nella quale si erano riconosciuti sia Cavour sia Mazzini non potesse diventare il collante dell’intera vicenda italiana. Per lui la Nazione era la sintesi non solo della politica ma di tutta la cultura moderna, la naturale conseguenza della Rivoluzione Francese, l’unico valore che il liberalismo avesse creato. Nel riconsiderare quel tratto di storia d’Europa e d’Italia in cui l’idea di Nazione degenerò nei sistemi totalitari, Romeo, che era antifascista, si trovava privo di alternative. O prendere tutto dell’Italia o rifiutare tutto. Alla fine rifiutò tutto. Si rassegnò al fallimento. Egli aderiva a un mondo, quello liberaldemocratico, che considerava finito. Si considerava parte di un universo culturale ormai liquidato. Da storico riusciva a rendere persuasiva, anche grazie alla sua prosa affabulatoria, questa sua inclinazione al pessimismo. Da politico scelse la sua militanza nel Partito Repubblicano Italiano come atto di ‘gettatezza’ nella vita (da sempre vicino politicamente alle posizioni di Ugo La Malfa). Spinto da un tentativo di collocare l’idea di Nazione all’interno di un contesto ampio di Occidente. L’Idea di Nazione sarebbe stata da collocarsi in un contesto federale. Ecco il ritorno a Salvemini, agli incontri degli anni universitari e a quelli immediatamente successivi, all’influenza della componente liberale degli azionisti, ma anche di Altierio Spinelli e Ernesto Rossi. La scelta europeistica fu il tentativo di ricreare un valore universale dentro il quale riconoscersi. 

La domanda che si pose fino ai suoi ultimi giorni è quanto mai attuale. È possibile un welfare al di fuori dello Stato Nazione? È l’interrogativo che drammaticamente ci stiamo ponendo tutti noi proprio in questi drammatici giorni…

Ma tanto ancora ci sarebbe da raccontare, abbiamo detto. Del suo rigoroso impegno per una Università nuova e davvero meritocratica, in grado di valorizzare i talenti di tutti. (Romeo fu con Guido Carli il fondatore e poi fu il primo rettore della Luiss). La sua attività come analista politico particolarmente acuto e tagliente. Scrisse su La Voce Repubblicana , poi sul Corriere della Sera che lasciò per  Il Giornale di Indro Montanelli.  Erano gli anni di piombo. Egli denunziava il conformismo dilagante negli ambienti accademici come nell’editoria. Un conformismo che vedeva certa borghesia flirtare pericolosamente con i cattivi maestri. Fece nomi e cognomi. Non indietreggiò di fronte alle minacce. Un giorno un gruppetto di giovani con il volto coperto lo circondò. Uno di loro avanzò verso di lui e gli puntò una pistola alla tempia. In quegli anni si usava la P.38. Il giovane apre il grilletto. Si sente bene il click metallico. È finita, pensa senza paura. Pochi momenti che si estendono clamorosamente. Il giovane schiaccia. Non ci fu ‘bang’. La pistola era a salve. I giovani scappano via. Ma qual segnale era un avvertimento. «Ti abbiamo in pugno!». Capitò lo stesso con Walter Tobagi. Al Corriere della Sera, durante un’assemblea sindacale, un giovane gli fece il gesto della pistola. Era il figlio di un collega. Dopo una settimana Tobagi fu assassinato. Questi erano gli ambienti che Rosario Romeo denunziava nei suoi articoli. 

Ma quei ragazzi che il 18 marzo del 1987 lo salutarono per l’ultima volta a Strasburgo erano diversi. Erano i suoi studenti. Erano tutti figli suoi. E anche i tempi erano ormai cambiati. Ciao Prof!

Di questo e altro rimandiamo al Convegno Rosario Romeo – tra Politica e Cultura tenutosi il 18 dicembre 2007 alla LUISS e trasmesso da Radio Radicale. Presenti, tra gli altri, Guido Pescosolido (Preside di Lettere e Filosofia a La Sapienza), Francesco Perfetti (docente di Storia Contemporanea alla Luiss), Luigi Compagna (già esponente liberale e repubblicano e docente di Storia delle Dottrine Politiche alla Luiss), Giorgio La Malfa (allora Presidente del PRI e deputato alla Camera) e Luciano Pellicani (docente di Sociologia alla Luiss e famoso estensore de “Il Vangelo Socialista” di craxiana memoria).