Pubblico o privato. I liberisti: gli ultimi dogmatici

Ognuno ha le sue debolezze, si sa, io per esempio amo i liberisti che credono ciecamente nel laissez-faire, che il privato sia sempre e comunque inesorabilmente meglio del pubblico, che lo Stato debba stare lontano il più possibile dall’economia, tranne quando si tratti di salvare grandi intermediari finanziari naturalmente. 

Mi sono simpatici perché io sono un adogmatico ed in tempi in cui i dogmatici scarseggiano: i comunisti non ci sono più ed i cattolici sono pudici, i liberisti sono gli ultimi veri dogmatici, gli unici  che a dispetto di ogni evidenza tengono fede ai capisaldi del libro mercato a tutti i costi, e poco importa che ormai dal 2008 l’intervento pubblico in economia nel mondo angloamericano  non sia più considerato un tabù né a destra né a sinistra, che tutte le grandi economie hanno scelto di affrontare la recessione con misure fondate sulla monetarizzazione  del debito pubblico per stimolare la domanda interna, loro permangono sulle loro posizioni.

Se si convincono della necessità oggettiva ed improrogabile di ricorrere a risorse pubbliche, si scandalizzano se qualcuno ipotizza di vincolare l’uso di queste o addirittura propone che rappresentanti dello Stato entrino nei CdA delle aziende beneficiarie, si stracciano le vesti, lo Stato imprenditore, l’IRI, uno scandalo assoluto!

Detta così suona male, è vero, eppure se guardiamo il capitalismo italiano per quello che è le grandi imprese italiane più importanti nei settori strategici dell’industria manifatturiera vedono una forte partecipazione, per non dire il controllo, dello Stato il che è altrettanto vero per il settore energetico.

Tutto ciò che è privato è sempre efficiente? In alcuni casi è vero che le privatizzazioni hanno portato vantaggi per i consumatori, maggiore efficienza nel comparto e nelle singole imprese del settore, ma non sempre, solo due esempi: la privatizzazione di Telecom alla fine degli anni novanta portò ad  un depauperamento di valore dell’azienda e la perdita di uno dei più avanzati centri di ricerca di cui disponessimo nell’ambito delle telecomunicazioni, insomma i capitani coraggiosi si disvelarono furbi contrabbandieri macedoni, e le varie privatizzazioni di Alitalia che si sono sempre concluse con la necessità di un ulteriore esborso di risorse dei contribuenti.

La realtà è che è necessario essere pragmatici, vi sono condizioni in cui è possibile dare spazio al mercato, poi vi sono le congiunture come questa che stiamo vivendo che richiedono un ruolo forte del regolatore pubblico, che non può limitarsi ad essere un elargitore di risorse ma deve definire anche il quadro delle regole in cui queste vanno impiegate. Il sistema pubblico, inoltre, è ampio e ricomprende anche le strutture della Cassa Depositi e Presiti, strutture dotate di risorse, circa trecento miliardi di asset liquidi, e management di qualità con capacità tecniche, organizzative e gestionali.

La nuova IRI è una suggestione che allontana dalla realtà, certo anche il Governo e la sua maggioranza hanno le idee confuse e questo causa più di una preoccupazione ai dogmatici liberisti, cui però bisogna riconoscere che su una questione hanno ragione, non c’è una vera idea di politica industriale.

Il dibattito fra liberisti e statalisti è sempre stimolante ma lasciamolo ad altre fasi, quello che sarebbe utile è che Governo, parti sociali e varie competenze presenti nel mondo produttivo lavorassero insieme ad una proposta di politica industriale su basi nuove, o riformando strumenti già esistenti o, meglio ancora, dotandosi di nuovi. La CdP potrebbe costituire un fondo di investimento con due obiettivi creare le condizioni per sviluppare in Italia start up innovative, finanziando centri di ricerca, incubatori di impresa ed investendo sulle iniziative che verrebbero sviluppate, ma soprattutto finanziando innovazione di prodotto e di processo sul nostro territorio, anche se proveniente da Paesi stranieri. Un’iniziativa con queste caratteristiche attrarrebbe risorse dagli investitori istituzionali, non aumenterebbe il debito pubblico, consentirebbe di mettere in moto l’economia. Si tratterebbe di sostenere iniziative di qualità e la progressiva riconversione del nostro sistema economico verso l’innovazione, naturalmente questo comporterebbe la possibilità per il pubblico di orientare indirettamente le politiche aziendali delle imprese finanziate.