Il problema è alla radice

A distanza di due anni dal voto politico, siamo ancora fermi a quel punto. La mia personale lettura e analisi, infatti, mi spinge oggi a scrivere che non abbiamo ancora davvero risolto la crisi politica scaturita due anni fa dalle urne, in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento. La questione è rimasta irrisolta. Quella che viviamo da due anni a questa parte, insomma, è la conseguenza dell’esito elettorale del 4 Marzo 2018. La causa del problema va ricercata, infatti, proprio lì, alla radice. Tutto quello che è accaduto dopo, in altre parole, è la conseguenza diretta di quell’esito elettorale in cui tutti sono risultati vincenti, ma nessuno ne è uscito vincitore. È da quel presupposto che si dovrebbe ripartire per creare un clima coeso e costituente per uscire dalla crisi in corso e dalle macerie istituzionali, costituzionali, politiche, umane, sociali ed economiche che ci circondano. In poche parole, il problema è alla radice. Non a caso, la parola Radicale, come sostantivo, nel senso pannelliano del vocabolo, significa andare alla radice del problema. Mentre l’aggettivo radicale acquista il significato di estremista o di massimalista. Infatti, Marco Pannella, Emma Bonino e tutti gli altri Radicali militanti aggiungevano e aggiungono, dopo il sostantivo Radicali, i vari aggettivi: Radicali nonviolenti, transnazionali, liberali, federalisti, antiproibizionisti, ecc. Insomma, le fibrillazioni che stiamo vivendo in questi giorni, dalle parti dell’attuale governo Conte e della maggioranza che lo sostiene, ma anche dentro l’opposizione, sono state determinate – innanzitutto – dal risultato scaturito dalle urne e dalla pessima legge elettorale con cui siamo andati al voto: il cosiddetto “Rosatellum 2”, un sistema complicatissimo e incomprensibile. All’epoca, è bene ricordarlo, la partitocrazia scelse quella contorta legge elettorale appositamente per creare lo stallo e, in qualche modo, per determinare l’impossibilità di qualsivoglia delle forze politiche in campo di uscire vincitrici dalle elezioni. Tutti vincenti, nessun vincitore. Per creare, cioè, una crisi perenne che soltanto il Palazzo avrebbe potuto districare, ma sempre dopo il voto. Da qui, la crisi politica in corso da ben due anni. Finora, si è detto quasi tutto sui due governi presieduti da Giuseppe Conte. In particolare, sull’ultimo e tuttora in carica. Non a caso, più che assistere a dinamiche politiche, in questi anni, abbiamo visto mettere in atto delle banali strategie di posizionamento, di occupazione del Potere, di scontro permanente, come se vi fosse in corso una campagna elettorale senza fine. Una crisi perenne. Si sa, le crisi di sistema sono crisi litigiose, fratricide, sotterranee, anche quando la volontà politica vorrebbe dare una parvenza di unità di intenti. Non ci riesce perché, malgrado la buona volontà degli attori in scena, la situazione non lo consente, non lo permette. Del resto, dal giorno del voto politico ad oggi, a parte nel caso dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato, tutto è apparso scontato. Come anche scontato è apparso l’esito elettorale uscito dalle urne. Tutto previsto è tutto prevedibile. Infatti, con quella pessima legge elettorale, tuttora in vigore, non poteva che prodursi una tale situazione di crisi infinita. Perché il nodo determinato dall’esito del voto non è mai stato sciolto. Non poteva essere sciolto dal governo gialloverde con il contratto siglato da Lega e Cinque Stelle né può essere risolto dal governo giallorosso tra Pd e pentastellati. Per quanto riguarda il sottoscritto, proprio su questo punto, come ho scritto e ripetuto più volte, prima del voto, con quella legge elettorale si sarebbe creato un panorama politico in cui tutti sarebbero apparsi vincenti, ma non vi sarebbe stato alcun vincitore. Vincente il centrodestra unito (la coalizione che ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi), vincente il Movimento Cinque Stelle (in quanto è stata la lista che ha incassato il maggior numero di suffragi) e vincente anche il Partito Democratico che, in quella situazione, sarebbe inevitabilmente divenuto l’ago della bilancia in Parlamento. Anche se, come tutti gli altri vincenti, lo stesso Pd ha perso le elezioni. Tutti vincenti, nessun vincitore. Hanno perso tutti. Insomma, neppure il Pd, sul piano delle dinamiche parlamentari, poteva allora dirsi perduto, ma perdente sì. Poteva dirsi vincente, ma non vincitore. È al governo del Paese grazie all’alleanza con i Cinque Stelle. Come scrissi due anni fa, prima che tutto ciò accadesse, per creare un clima costituente, di ricostruzione dalle macerie, di coesione sociale e politica, serve un Governo degasperiano, come nel 1946/47. Tutte le altre soluzioni non risolvono la crisi, anzi: la acuiscono, la cronicizzano e portano l’Italia verso altre macerie. Abbiamo necessità di costruttori. Il tempo stringe. Questa situazione può essere un nodo scorsoio o un nodo da sciogliere, dipende dalle forze politiche.