Libertà e emergenza

La dottrina liberale, quale appare in occidente con le opere di John Locke nella seconda metà del 600, ha un limite oggettivo nell’incoronazione di Guglielmo terzo di Orange. Appena la casa orangista sale al trono d’Inghilterra, l’orangista Locke imposta il suo Secondo trattato del governo sulla base delle esigenze della corona e il singolo cittadino non ha più una volontà separata da quella dello Stato. Più o meno come pensava anche un Hobbes qualsiasi. Quando Rousseau inizia a scrivere il Contratto sociale, quasi un secolo dopo, ha davanti a se una scienza contraddittoria assoggettata all’assolutismo. Da Grozio in poi, popolo e individuo sono sempre sottoposti alle disposizioni del sovrano. Rousseau cambia la storia del pensiero occidentale. I popoli vengono prima dei sovrani e la sovranità riconosciuta, Discorso sull’eguaglianza, riposa solo sul giudizio popolare. Il Contratto sociale è la libera e volontaria sottomissione dell’individuo allo Stato, a due condizioni. La prima è che il popolo controlli il governo in tutti i suoi atti. L’istituzione del governo “non è un contratto” ma una “Legge”, dove “i depositari del potere esecutivo non sono in alcun modo i padroni del popolo, ma i suoi funzionari”. La seconda è che se le cose non piacciono, “ciascuno può rinunciare a far parte dello Stato di cui è membro e riprendere la sua libertà naturale e i suoi beni lasciando il paese”. Complica le cose una nota a piè di pagina, capitolo 18, libro terzo, nella quale Rousseau specifica che nel caso in cui il cittadino abbandoni il contratto solo per scansare i suoi doveri verso la patria, quando essa ha bisogno di lui, tale azione “è criminale”. Questi argomenti dall’apparenza astratta assumono una drammatica concretezza trent’anni dopo, nel corso del dibattito in sede di assemblea legislativa in Francia sugli emigrati. Il club giacobino si spacca a partire da quell’area che lo domina, la cosiddetta Gironda. Condorcet, sulla base della costituzione del 1789, ritiene impossibile qualsiasi misura di ritorsione contro gli emigrati, che restano liberi di lasciare il paese con i loro beni, quando lo vogliono. Brissot gli risponde impugnando la postilla al testo rousseuaiana. Non possono farlo quando la patria è in pericolo. L’assemblea seguirà Brissot e la formula della “patria in pericolo” farà fortuna a cominciare da quell’anno, badate bene, 1792. Al di là della tragica fine che da lì a poco accumunerà Brissot e Condorcet, la contraddizione politica resta presente nel giacobinismo anche dopo la Gironda. La Montagna è convinta che le ragioni di pericolo per la patria autorizzano una legislazione d’emergenza, tanto da sospendere, provvisoriamente, fino alla pace, la costituzione. Per farlo legittimamente il governo non può essere diverso dal parlamento, o meglio ancora, è il parlamento, nel suo rapporto all’intero sistema istituzionale della Repubblica, ivi compresa la Comune, il depositario della volontà nazionale. Per questo è così difficile agli storici della Rivoluzione compiere una ricognizione efficace e persuasiva dell’epoca del Terrore senza considerarne la Virtù, ovvero la costante e coerente preoccupazione giacobina di rispondere al complesso dei bisogni vitali della Repubblica. Solo la salute della Repubblica giustifica l’emergenza, altrimenti Parigi potrebbe pure finire in macerie. Le stesse leggi di Pratile, 1794, il Grande Terrore, non sono contro il popolo. Sono contro il governo, contro il parlamento, contro la Comune, quando questi venissero meno ai propri doveri patriottici.