Aprire all’aperto

Uno dei settori più colpiti dalle conseguenze dell’epidemia è il turismo, per noi molto importante. È animato da filiere assai lunghe, composte da soggetti talora molto piccoli: si va dal chiosco al ristorante; dallo stabilimento balneare agli impianti di risalita; dai taxi agli aerei; dalla camera in una casa ai grandi complessi alberghieri.
Essere grossi non significa non avere problemi, anzi, ma essere molto piccoli può determinare la permanenza delle chiusure temporanee. Con un drammatico impoverimento collettivo. Prendete la ristorazione: in molti Paesi, in giro per il mondo, trovate tre livelli di prestazione: i ristoranti di lusso, magari stellati; una fascia intermedia fatta di catene, che vanno dalle bistecche alla pizza; e l’offerta per strada, a seconda dei costumi nazionali. Da noi le cose stanno diversamente: c’è il lusso, naturalmente, per lo più legato al nome del cuoco e solo parzialmente riprodottisi in più locali; poi c’è una vastissima fascia di qualità, fatta da cucine particolari, spesso familiari; e c’è il cibo di strada. Posto che nessuno è al riparo, quella che corre i rischi più grossi è la fascia intermedia. Che per noi sono soldi, ma anche cultura ed identità.
Cosa fare? Intanto occorreva mettere a disposizione liquidità per pagare tutte le spese comunque correnti. Ma inutile lamentarsi per l’intempestività. Prendiamone atto. Ora che si va verso la riapertura è escluso che possano funzionare distanziando al punto da ridurre a un terzo i clienti, a meno che non triplichino i prezzi, il che li porterebbe a perdere definitivamente clienti, magari prima abituali. Allora: si mandavano i vigili urbani a controllare che non occupassero il marciapiede, ora li si mandino a far loro occupare anche le piazze. Che lo facciano di già a Vilnius, dove fa freschetto, e non da noi, dove il clima è migliore, sarebbe follia.