Per un cambio di paradigma dell’Economia: da quella competitiva a quella cooperativa

Siamo giunti a maggio ed il Governo non ha ancora emanato il Decreto Aprile, speriamo questo tempo non sia passato invano e questi giorni siano serviti ad una maggiore riflessione sulle misure da attuare e su come renderle immediatamente fruibili per i cittadini beneficiari.  In ogni caso siamo molto lontani dal rientro alla normalità, la cosiddetta fase due è stata molto enfatizzata, in effetti riguarda il rientro al lavoro di circa 4,5 milioni di italiani, ma ritorno al lavoro è un concetto assai diverso da ritorno alla “normalità”.

Vi è un comprensibile e diffuso sentimento fra i cittadini che auspicano un ritorno alla vita precedente al virus, la possibilità di recuperare abitudini, comportamenti, la socialità che davamo per scontata, ma siamo certi sia la strada giusta? Ammesso che la crisi conseguente la pandemia ci lasci in tempi brevi tornare al “prima” è davvero la cosa migliore?

Noam Chomsky, uno dei più importanti intellettuali statunitensi e punto di riferimento internazionale del pensiero critico, ha osservato come la pandemia abbia posto l’Occidente di fronte ad una crisi di sistema. Tutti i Paesi che attuano, pur con diversa intensità, politiche liberiste  si sono trovati in difficoltà a fronteggiare l’epidemia che si diffondeva, i sistemi sanitari si sono rivelati  inadeguati e impreparati ad affrontare l’improvviso aumento dei ricoveri ospedalieri, molti strumenti indispensabili per rendere efficaci le misure di contenimento, quali mascherine e disinfettanti, non venivano più prodotti da anni nel nord del Mondo, essendo manifattura povera erano stati terziarizzati in Asia. Insomma ci siamo trovati di fronte alla crisi di un modello, ci siamo scoperti deboli e molte delle certezze che avevamo hanno vacillato.

Quindi è giusto tornare a prima? La crisi ci obbliga a riorganizzare il sistema produttivo ed il lavoro, sarebbe sensato cogliere la necessità di questa riorganizzazione per introdurre elementi di riforma strutturale del nostro sistema economico ed innovare profondamente il nostro modello produttivo.

Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, è un economista e un pioniere nello studiare e nell’attuare politiche economiche innovative che consentono di creare opportunità per gli strati più deboli della popolazione. La sua Grameen Bank in quasi un quarto di secolo di attività ha finanziato milioni di persone, prevalentemente donne, con lo strumento del microcredito, permettendogli di superare la condizione di povertà realizzando il proprio progetto di lavoro autonomo, offrendo loro un’opportunità che va ben oltre il riscatto sociale, consiste in una vera e propria riappropriazione di dignità e di cittadinanza. In questi giorni ci ha proposto la sua visione di società post corona virus, una società che supera il modello di economia competitiva riconfigurandosi su impresa sociale e modelli cooperativi, sostenendo che un tale modello attrarrebbe ingenti risorse di investitori interessati a sperimentare questa nuova economia.

Si potrà osservare che siamo di fronte a ragionamenti che si pongono in una prospettiva strategica di medio periodo, e nel medio periodo saremo tutti morti disse il grande economista inglese, ma vi sono delle politiche immediatamente attuabili che possono produrre effetti in tempi rapidi sia sul piano dell’occupazione che sul terreno della produzione di ricchezza, tema delicato e centrale in questa fase della vita economica del nostro Paese.

Stiamo parlando del Green New Deal, elemento centrale delle strategie comunitarie della U.E. e di qualsiasi ipotesi di politica industriale vincente, sarebbe infatti un grave errore immaginare che la crisi sanitaria possa far venir meno l’esigenza di rendere compatibile il nostro modello di sviluppo con il rispetto dell’ambiente. Tutela del diritto alla salute ed ambiente devono essere la stella polare di qualsiasi indirizzo di riorganizzazione e ricostruzione economica, per altro, in prospettiva, la tutela dell’ambiente è funzionale a garantire il diritto alla salute.

Non ci si può neanche illudere però che sia sempre vero che  “verde e bello”, un percorso verso la green economy rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma, per iniziare sarà necessario un maggiore indirizzo pubblico dell’economia infatti il modello verde non è indolore, in alcuni settori porterà una diminuzione degli occupati. Il progressivo riposizionamento della filiera automotive verso l’auto elettrica, ad esempio, comporterà la perdita di interi segmenti produttivi della subfornitura, se la riconversione non viene inserita in un quadro strategico di trasformazione complessivo si rischia che l’unico risultato sia un ulteriore aumento della disoccupazione, dato che se prima era drammatico oggi è inconcepibile. 

Si tratta di avviare una serie di politiche pubbliche coordinate che consentano di far convergere verso la svolta green capitali italiani e stranieri, investendo in nuove tecnologie ed in innovazione di prodotto di quelle esistenti, riguardo le risorse umane bisogna ragionare sulla riqualificazione dei tecnici e la formazione di nuove figure professionali. Le risorse pubbliche messe a disposizione avrebbero un effetto leva con un moltiplicatore esponenziale e potrebbero essere raccolte, come suggeriva Carlo Messina, CEO di Intesa Sanpaolo, attraverso l’emissione di social bond che drenerebbero asset liquidi privati sul processo di ricostruzione economica, lo stesso Messina poneva la riconversione ecologica fra le “cinque mosse “ che consentiranno di superare la crisi.

La sfida è ambiziosa, la green economy è un paradigma che introduce nel capitalismo il concetto di limite, d’altra parte innesca la necessità di attivare ricerca ed innovazione: si tratta di riprogettare logistica e trasporti introducendo e rafforzando sistemi intermodali, riqualificare gli edifici in cui viviamo, o almeno partire da quelli pubblici, liberalizzare i mercati dell’energia rafforzando la possibilità per i siti industriali di autoprodurre l’energia di cui hanno bisogno, trasformare le discariche in luoghi di produzione di “materiale combustibile”, riutilizzare gomme e plastica trasformandoli in materia prima per nuove lavorazioni e così via… non a caso più che di economia verde si parla di economia circolare. 

Non dimenticando che l’adozione di questi sistemi porta verso una progressiva autosufficienza energetica, il che avrebbe dei riflessi tutt’altro che secondari sul posizionamento geopolitico del nostro Paese.

Gli italiani non vogliono vivere di sussidi, per quanto per alcuni siano indispensabili in questo momento, la recessione si combatte prioritariamente con politiche industriali che certo non possono guardare solo ai settori tradizionali ma devono volgere verso l’innovazione, quella ambientale è prioritaria ed attrattiva per la finanza nazionale ed internazionale. Il Governo dovrebbe istituire una cabina di regia, non l’ennesima task force, in cui le parti sociali ed i centri di ricerca pianifichino e programmino questi ed altri interventi sull’innovazione, tramutandoli immediatamente in provvedimenti normativi efficaci, non si può vivere alla giornata ora più che mai è necessario che lo Stato si riappropri del ruolo di regolatore pubblico e risponda ai drammatici problemi odierni gettando le basi per il futuro.