Oronzo Reale, un repubblicano che modernizzò la società

Estremamente difficile riuscire a definire la ricchezza e la complessità della figura di Oronzo Reale. Iniziamo subito col dire che egli fu innanzitutto un uomo delle Istituzioni. La sua missione politica si fondava sul rigoroso concetto dello Stato le cui radici risalgono nel repubblicanesimo risorgimentale mazziniano. Ultimo di undici figli, nato nel leccese nel 1902, egli fu particolarmente legato ai fratelli Egidio e Attilio, i quali tantissimo peso ebbero per la sua formazione culturale e politica. Egidio, in particolare, fervente antifascista ebbe su di lui una grandissima influenza. Giovanissimo si iscrisse alla FGR, divenendone presto segretario nazionale. Contemporaneamente si dedicò agli studi giuridici laureandosi in Diritto Processuale. La sua formazione universitaria fu fondamentale per la caratterizzazione del suo modo di intendere la politica. Nel frattempo diresse il settimanale L’Alba Repubblicana. Fu l’incontro con Giovanni Conti a illuminare e a confermare le sue scelte. Dalle pagine del settimanale emergeva sempre più forte il suo intransigente antifascismo. Mentre il fratello Egidio si candidò contro Starace, perdendo e poi fuggendo in esilio in Svizzera, Oronzo nel 1926 fu vittima di una retata fascista. Miracolosamente riuscì a evadere e si mise per un lungo periodo in clandestinità. Quando la condanna fu commutata egli rimase a tutti gli effetti schedato dalla polizia fascista e visse gli anni della dittatura da sorvegliato speciale. Pur frequentando gli ambienti repubblicani e antifascisti si diede all’esercizio della professione fino agli inizi della guerra. In quegli anni pubblicò un saggio su Carlo Cattaneo e curò un’edizione delle Interdizioni Israelitiche dello stesso Cattaneo.

Carlo Cattaneo

Ormai, dopo le Leggi Razziali, la politica riprese il sopravvento. Venne la guerra e Oronzo Reale, stavolta in dissonanza dal suo Maestro Giovanni Conti, fu tra quei repubblicani che si impegnarono per la costruzione del Partito d’Azione. In lui c’era la convinzione che fosse necessario un nuovo soggetto, più moderno, capace di attrarre e aggregare le forze repubblicane e antifasciste, tenendole però, allora, ben distanti dal socialismo. Fu un protagonista di primo piano nella fondazione del PdA. Su L’Italia Libera delineò molto chiaramente il ruolo del nuovo partito. Inoltre, sempre su L’Italia Libera scrisse numerosi interventi dedicati alla questione istituzionale (i suoi studi giuridici). Entrò nell’esecutivo azionista. Dopo la Liberazione eccolo alla Consulta Nazionale. Durante il Governo Parri fece parte della segreteria collegiale del PdA con Altiero Spinelli con il quale condivideva la visione di un’Europa unita e federale. Visione che l’accompagnò per tutta la vita insieme all’amicizia con lo stesso Spinelli.

Giovanni Conti, fu tra l’altro il fondatore de L’Iniziativa repubblicana e dell’Almanacco Repubblicano

Uomo pragmatico e rigoroso fu abile mediatore. Preoccupato sempre di trovare il giusto equilibrio tra le varie posizioni. Egli fu abile tessitore di rapporti e culture. Cercò sempre di evitare di prendere posizioni ideologiche e pregiudiziali. Anzi, la sua caratteristica, riconosciutagli da tutti, fu sempre la capacità di ricucire e tenere insieme. Non amava le lacerazioni. Le riteneva inutili e dannose. Umanamente e politicamente. Così provò fino all’ultimo di tenere insieme nel PdA le variegate anime che vivevano nel partito. Così nel primo congresso ufficiale del partito, dopo l’approvazione dell’ordine del giorno che promosse l’unificazione con il Partito Repubblicano Italiano, pur non condividendo l’emergere di posizioni di carattere marcatamente socialista, Reale non riuscì a trattenere l’uscita dal partito di Ferruccio Parri e di Ugo La Malfa che andarono nel “Movimento per la Democrazia Repubblicana”. Egli rimase nel PdA proprio per offrire una sponda a quanti nel PRI e nel Movimento di Parri e La Malfa condividessero l’idea di promuovere una formazione unitaria di stampo laico e repubblicano.

Ma il suo tentativo fallì. Ed egli ritornò nel PRI alla fine del 1947. Da quel momento emerse come leader , e già durante il Congresso di Napoli nel 1948 fu nominato nella direzione nazionale. Pochi mesi dopo, grazie anche al sostegno del ritrovato maestro Conti, il 21° Congresso lo elesse Segretario Nazionale del Partito Repubblicano Italiano. Dividendosi i ruoli, con Pacciardi e La Malfa al Governo, egli si impegnò nell’indirizzare la collocazione del partito come motore principale del progetto di disegno politico italiano di progresso sociale nel quadro dell’alleanza con gli USA e con gli altri Paesi che avevano aderito al Piano Marshall,  ovviamente parallelamente al progetto europeo, considerato il fine ultimo e la conditio sine qua non (il suo legame con Spinelli fu incessante, come testimoniano le sue dichiarazioni il giorno della sua morte). 

Fu fautore di un “centrismo” teso a consolidare le Istituzioni Democratiche e la collocazione geopolitica del Paese. Ma ben presto fu pronto a rivedere le sue posizioni e si impegnò con Ugo La Malfa a muoversi verso un progressivo, graduale allargamento della coalizione in direzione di un centro-sinistra. Con la moderatezza tesa a non rompere gli equilibri interni (attenzione verso le posizioni contrarie di Pacciardi) lavorò duramente per perseguire questo obbiettivo ritenuto essenziale, adesso, per iniziare una serie di riforme. Finalmente le condizioni maturarono e nel 1963 fu possibile varare il primo governo di centro-sinistra.

Egli fu rieletto alla Camera (la prima elezione fu nel ’58) e,  rinunziando alla segreteria del PRI,  da quel momento si impegnò nelle istituzioni dove emerse la sua grande figura di servitore dello Stato e rigoroso riformatore. Fu Ministro di Grazia e Giustizia (ecco la sua passione per il Diritto, fulcro centrale del suo agire politico) in tutti e tre i Governi presieduti da Aldo Moro, poi Ministro delle Finanze con Mariano Rumor, poi nuovamente Guardiasigilli sempre con Rumor, poi con Colombo e ancora con Moro.

SI dedicò a una grandissima stagione di riforme. Erano gli anni del “Boom” economico. Da uomo di Stato non poteva non avvertire il dovere di adeguare le Istituzioni e il Diritto a una società in evoluzione. Il suo piglio modernizzante e rigoroso lo spinse a presentare alla Camera un Progetto di Legge Delega per la Riforma del Codice di Procedura Penale . Nel 1966 fu memorabile il suo botta e risposta con Sergio Zavoli sulla RAI a TV7 in una puntata intitolata “I Cittadini e la Giustizia” in cui spiegava il suo disegno di riforma del Processo Penale.  «La Commissione ha approvato un progetto articolato in ben 48 articoli. La sintesi punta a passare da un Processo con un impianto di tipo “inquisitorio” a uno di tipo “accusatorio”. In pratica le esigenze della difesa vengono poste sullo stesso piano di quelle dell’accusa. Il cittadino, quindi, potrà contare su una difesa adeguata che ha lo stesso peso che ha il PM.  Il PM non avrà più il “dominio” durante il dibattito in aula. Non solo, il cittadino dovrà essere tempestivamente informato per potersi adeguatamente difendere dall’accusa. Infine, difesa e accusa avranno pari dignità di fronte al giudice terzo!».    Una novità incredibile. L’intera riforma sarebbe stata completata definitivamente solo nel 1989. 

Oronzo Reale con Sergio Zavoli

Intanto il mondo procedeva netto nei suoi veloci cambiamenti.

Nel 1967 Oronzo Reale presentò il disegno di Legge contenente le Modificazioni delle norme del Codice Civile concernenti il Diritto di Famiglia e le successioni . Così si apriva la strada alla Riforma del Diritto di Famiglia. Riforma che punterà a attuare sul terreno normativo il principio costituzionale dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Si sancisce così il passaggio dalla potestà maritale all’accordo di entrambi i genitori nello stabilire l’indirizzo della famiglia. SI introdusse la patria potestà condivisa, il regime di comunità di beni, il riconoscimento del lavoro femminile all’interno della casa, e si mise mano a una riflessione giuridica sulle disparità di trattamento in caso di adulterio. Con questo spirito decisamente innovatore, nel 1968 Reale presentò un disegno di Legge per abrogare le attenuanti per il “Delitto d’onore” (che sarà finalmente abolito nel 1981).

Inoltre, e siamo nella piena stagione delle battaglie per i diritti civili, Oronzo Reale fu primo firmatario di un nuovo progetto di riforma del Diritto di Famiglia che, dopo la vittoria divorzista al referendum del’74, entrò in vigore nel 1975. Egli, avrebbe in seguito affermato che l’impianto della Riforma dell’intero Diritto di Famiglia era da intendersi come la “vera” Legge Reale.

Già. Perché nel frattempo erano sopraggiunti i c.d. anni di piombo e l’allora Ministro di Grazia e Giustizia fu costretto, dopo le stragi di Brescia e di Piazza Fontana, a prendere misure estremamente restrittive per combattere il terrorismo. Misure durissime che introducevano l’utilizzo più esteso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, il “fermo di polizia” e un uso più ampio della custodia preventiva. Questi provvedimenti si inserivano in quella che poi si sarebbe chiamata legislazione speciale (completata in seguito da Francesco Cossiga). Quei provvedimenti furono chiamati Legge Reale. Anche se lui in seguito avrebbe preferito, come già accennato, aver dato il suo nome a una riforma che emancipava i diritti della donna nella riforma del Diritto di Famiglia. In ogni caso, quelle leggi, servirono per affermare il ruolo dello Stato nel mantenimento della legalità di fronte a fenomeni espliciti di violenza eversiva. Leggi molto discusse e frutto di accesi dibattiti e di un referendum. L’esito del referendum fu a favore del mantenimento di quelle leggi.

Un approfondito confronto su questi temi fu alla base di un bella cerimonia commemorativa avvenuta alla Camera dei Deputati il 23 gennaio 2012

Ma ciò si inserisce in un ampissimo disegno riformatore dello Stato. Oronzo Reale, come afferma Maria Grazia Melchionni nel libro intervista Oronzo Reale-Storia di un Repubblicano, aveva una visione moderna del rapporto tra Istituzioni e Società. Una visione con radici ben piantate nel repubblicanesimo di Giuseppe Mazzini.

Nel 1977 fu eletto giudice costituzionale. Erano anni difficilissimi. Anni di P. 38. Anni di fuoco. Ma il suo rigoroso approccio all’analisi della società, il suo enorme bagaglio culturale, la sua accesa passione per le questioni giuridiche come fondamenta delle libertà fecero sì che Oronzo Reale venisse visto come garanzia non solo in Italia ma in tutta Europa. Sì occupò dei problemi del lavoro e della famiglia. Si occupò di protezione assicurativa del lavoro, del trattamento fiscale delle pensioni, della detraibilità delle spese sanitarie e così via. Non rincorse la modernità. Ma, con la sua moderazione e pacatezza, fece in modo di anticipare la modernità.

In fondo, Oronzo Reale fu un Repubblicano “moderno”.