Fusignani: «Il mio ricordo di Oronzo Reale»

Ottima l’idea de L’Iniziativa Repubblicana, di trovare tempo e spazio per ricordare grandi protagonisti del passato repubblicano. Questo per far sì che mai si vengano a perdere le nostre radici ideali e la nostra identità». Così Eugenio Fusignani, vicesegretario nazionale vicario del PRI. «Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente Oronzo Reale nel 1981 quando partecipai per la prima volta come delegato ad un congresso nazionale del PRI. Era il XXXIV Congresso e si teneva a Roma all’EUR; soprattutto era la prima assise che si celebrava dopo la morte di Ugo La Malfa, avvenuta il 26 marzo del 1979. Un congresso importante perché confermò alla segreteria Giovanni Spadolini, che l’aveva assunta all’indomani della scomparsa a di Ugo, raccogliendo quel testimone pesantissimo che Reale conosceva bene.

Quello fu anche il congresso che vide il rientro di Randolfo Pacciardi, il “leone di Guadalajara “, che era uscito in rottura con Ugo La Malfa nel congresso di Livorno del 1962, dopo aver contrastato la linea proposta da La Malfa e Reale che, nel congresso di Bologna di 2 anni prima, dichiarava esaurita la formula centrista. 

Lo conobbi già ottantenne ma ebbi subito la netta sensazione che mi trovavo di fronte ad un gigante; e tale egli era, a dispetto della piccola figura e dei suoi modi garbati e pacati.  Da quella sua piccola figura fluivano pensieri di immensa profondità non solo politica. Una profondità che era frutto di una vivace intelligenza ma, soprattutto, di una grande cultura. 

Era un intellettuale raffinato come solo gli uomini di cultura meridionali sanno essere; non certo uno di quegli intellettuali della Magna Grecia di agnelliana memoria, ma un intellettuale vero, di respiro europeo come lo stesso Ugo La Malfa.  La sua cultura era figlia anche ai quella sua impostazione mazziniana intrisa di quel liberalismo democratico e sociale che fecero di lui uno degli interpreti italiani più autorevoli di questo pensiero. 

Pugliese di Lecce, dove era nato nel 1902, era stato repubblicano ancora giovanissimo, nel 1920, diventando anche segretario della FGR. Poi il fascismo interruppe l’esperienza politica che lo rivide attivo quando nel 1943 aderì al Partito d’Azione dentro il quale sosteneva le tesi liberalsocialiste in contrasto con quelle classicamente socialiste.

Questo lo portò ad essere l’uomo più vicino a Ugo La Malfa dentro il Pd’A e dopo dentro il PRI, nel quale rientrò nel 1947 per diventarne segretario 2 anni dopo. 

Dunque in tempo per sostenere e guidare quella esaltante battaglia di costruzione del grande progetto di quel Centrosinistra che riportò il PRI nel solco della sua tradizione storica e aprì il Paese alla modernità. 

In quella fase storica fu anche l’uomo che nel partito meglio interpretò la svolta  lamalfiana che, come dicevo, dopo l’esperienza centrista dettata dalle dinamiche della guerra fredda, riportò il PRI a riappropriarsi del suo ruolo di forza politica della sinistra democratica.  Un ruolo che, con la Nota aggiuntiva del 1962, avviava l’esperienza del Centrosinistra, creando le premesse per lo sviluppo del Paese e contestualmente apriva le porte alla sinistra socialista per entrare nella logica dell’accettazione dell’economia di mercato, così come nella visione keynesiana di neoliberalismo nata più di trent’anni prima. 

Reale fu dunque il segretario che guidò il partito in questa battaglia di progresso che farà del PRI un punto di riferimento nella vita politica, economica e sociale, di quel secondo dopoguerra, a dispetto dei numeri esigui, resi ancor più tali dalla fuoriuscita dei pacciardiani.  Alla guida salda del partito che poneva fortemente i temi economici alla base dell’azione politica, in un’ottica di redistribuzione della ricchezza in equilibrio tra reddito e qualità della vita, c’era lui, uomo di legge, fine giurista di cultura umanistica.  In quei governi di Centrosinistra venne chiamato più volte a ricoprire incarichi importanti. Nel 1966 come ministro di Grazia e Giustizia (come si chiamava all’epoca) legò il suo nome al disegno di legge delega sulla riforma del processo penale.  La riforma divenne nel 1975 quella “Legge Reale” che fece tanto discutere e che gli procurò molti attacchi ingiusti e ingiustificati da vari settori della sinistra comunista e dai movimenti studenteschi, compreso quello repubblicano.  Eppure quella legge, specialmente per gli aspetti legati all’ordine pubblico, era giusta e rappresentò un valido strumento per contrastare e sconfiggere il terrorismo degli anni ‘70. 

Voglio raccontare due episodi che videro protagonista la FGR di Ravenna: il primo, allorquando i giovani repubblicani fecero affiggere un manifesto pubblico che definiva la strage di Piazza Fontana come “strage di Stato”. Un’affermazione che oggi rientrerebbe a pieno titolo nel lessico quotidiano e non solo politico ma che, all’epoca, era un reato che portò alla denuncia dell’allora segretario della FGR, il compianto Pietro Barberini. Solo grazie all’intervento di Oronzo Reale non ci furono conseguenze pesanti per la federazione giovanile ravennate e, soprattutto, per il povero Pietro. 

Il secondo quando nel corso di un congresso provinciale a Ravenna, il delegato della FGR Mauro Mazzotti nel suo intervento attaccò pesantemente l’America di Lindon Johnson per la guerra in Vietnam, venendo interrotto in malo modo da Ugo La Malfa che gli tolse la parola. Ancora una volta fu Reale, presente in sala, a recuperare il giovane Mazzotti riportandolo in sala e spiegandogli come la politica estera andava valutata con metri diversi da quella interna.  Che dire, quella era una vera FGR ma, soprattutto, quello era un vero PRI. 

Un partito con la sua anima profondamente Mazziniana e la sua orgogliosa appartenenza politica alla storia di quel richiamato liberalismo democratico e sociale che rappresentava l’essenza stessa della sinistra democratica di stampo europeo.  Un partito di valori che oggi purtroppo sopravvive solo in pochissime  federazioni.  Per fortuna quell’anima valoriale è tenuta viva e intatta dall’Associazione Mazziniana Italiana, che la preserva anche dai tentativi di asservirla ad avventure politiche come già fece Gentile col fascismo.

Un’anima valoriale Mazziniana e di Repubblicanesimo che fu ispirazione e guida di uomini come Oronzo Reale. 

Valori Mazziniani di un Repubblicanesimo che è autenticamente sinistra e che ieri rendeva impossibile i confronti con la destra missina e nostalgica e, oggi, con questa destra becera, antieuropea, nazionalista e razzista. 

Per questo gli attuali sbandamenti nel mondo repubblicano lasciano spesso interdetti ed esterrefatti chi guarda il nostro mondo col pensiero dei riferimenti culturali e politici della nostra storia: sbandamenti che non solo rendono plastico il crollo di quel PRI ma, anche e soprattutto, quello degli ultimi barlumi della memoria di quello che fu. 

È sempre difficile pensare a cosa direbbe oggi chi ci ha lasciati tanto tempo fa. Tuttavia credo che oggi, se fosse vivo, con la sua calma riflessività Reale ci ricorderebbe come nei momenti di emergenza nazionale il PRI e le forze democratiche, in una sorta di patto di solidarietà nazionale, debbano contribuire responsabilmente ad aiutare l’azione del governo per non indebolire la risposta dello Stato in una difficile battaglia per salvaguardare la salute pubblica. Soprattutto direbbe di sostenere il governo nella delicata trattativa con l’Europa che, dopo questa emergenza mondiale, andrà ricostruita sulla base del recupero dell’idea che era dei padri fondatori e del PRI di Sforza, La Malfa e dello stesso Reale. 

Anche perché un atlantismo scevro dal ruolo dell’Europa servirebbe forse a qualche lobby politica o economica ma non servirebbe né all’Europa, né ai singoli stati del continente e nemmeno agli stessi USA. 

Ricordare figure come quella di Oronzo Reale serve anche a fornirci ulteriori strumenti di conoscenza utili per farci ritornare ad interpretare il ruolo di partito della modernità e di quella sinistra  europea, atlantista e filoisraeliana, consapevoli che la difesa della civiltà occidentale inizia dalla difesa delle mura di Gerusalemme. 

Una lezione che non lascia margini ad interpretazioni di fantasia, ma solo una concreta consapevolezza che la globalizzazione richiede più che mai un’Europa forte ed autorevole: nel rapporto che l’Occidente intero avrà con giganti politici ed economici come la Cina, e in quello con giganti politici come la Russia che aspettano solo il crollo dell’idea europea per tornare ad esserlo anche economicamente. 

Concludo con un ricordo personale che mi porta all’ultima festa nazionale dell’Edera “BIANCO, ROSSO, IL VERDE. IL PRI AMA L’ITALIA” che si tenne a Ravenna dal 21 al 24 aprile del 1988.  Nel corso di un convegno sui valori della laicità che si teneva alla casa dello studente alla presenza del Cardinal Tonini, Oronzo Reale, da poco non più giudice della Corte Costituzionale, volle sedersi vicino a noi giovani del partito, che ci lasciavamo andare a qualche battuta di colorito anticlericalismo di maniera. 

Lui, con la pazienza e il garbo di quella sua voce bassa e pacata, ci spiegò tutti i passaggi più squisitamente politici dell’intervento di monsignor Tonini, dimostrando profonda conoscenza del pensiero sociale della chiesa ma, soprattutto, pur nella diversità che ci separava da essa, un profondo rispetto per quella visione. Che va contrastata con le nostre idee e non liquidata con gratuite battute. 

Fu l’ultima volta che lo vidi e, probabilmente, la sua ultima apparizione pubblica. Di lì a pochi mesi morì lasciandoci anche, insieme al ricordo di una persona di grande caratura intellettuale, una straordinaria lezione di umanità e rigore prima ancora che politica. 

E io così voglio ricordalo: un gigante tra i giganti del suo tempo che oggi appare ancor più grande tra i tanti nani che popolano il nostro tempo, dentro e fuori il PRI».