Da New York all’Italia. Il racconto del male continua

Mentre Jay McIrney accendeva e spegneva le Mille Luci Di New York e mentre David Leavitt si muoveva agile tra un Ballo Di Famiglia e La Lingua Perduta Delle Gru, il Male continuava ad espandersi. Ormai sopravanzava inesorabile valicando muri e confini, fili spinati e crolli di regimi. Facendo e disfacendo legami consolidati, mettendo in crisi diritti e libertà. Rendendo evanescenti parole d’ordine consolidate e ricostruendo antichi tabù. Proprio a New York, nel giugno del 1990, due adulti, ciascuno con un figlio, si incontrano, si innamorano, si sposano e pensano di avere un altro bambino insieme. Apparentemente una storia ‘normale’. In realtà una duplice sfida: al mondo, perché sono entrambi uomini, e alla morte, perché uno dei due è malato di Aids. 

Quando lo scrittore americano Brett Shapiro  incontra il corrispondente dell’ Espresso Giovanni Forti, quest’ultimo è già sieropositivo, anche se asintomatico. Con l’inizio del declino fisico, pochi mesi dopo, la malattia si insinua come un intruso nella loro relazione. Il 3 aprile 1992, a soli 38 anni, Giovanni muore a Roma, dove si era trasferito con Brett l’ottobre precedente. Una storia d’amore dello scorso millennio. Un singolare e provocatorio progetto familiare che oppone al Male dirompente e irreversibile la forza della dignità e del coraggio. 

La loro “storia d’amore” rimbalzò sulle prime pagine dei giornali del nostro Paese. Irrompendo nel nostro immaginario collettivo in modo prepotente. Ovviamente fu gioco facile, data la professione di entrambi. Le corrispondenze da New York di Forti erano molto apprezzate e seguite dai lettori. La morte di Giovanni fu l’annientamento di un “way of life” di tutta una generazione. Venne sparata in prima da La Repubblica. Shapiro non abbassò la testa. Non si nascose ai cronisti. Rispose all’invadenza dei media con la forza della ‘narrazione’. In fondo lui era uno scrittore. E allora uso il suo talento e la forza della creatività per rilanciare la vita. La sua mente andò alle lettere che aveva scritto a Giovanni nel corso di quei pochi anni che avevano potuto avere a disposizione. Agli amici. Raccolse anche le missive che Forti gli mandava dai suoi viaggi. Erano ancora i tempi in cui si usava comunicare con carta e penna. Infilando il proprio cuore in una buca della Posta. Scegliendo con cura ogni vocabolo. Scegliendo lentamente la forma delle emozioni e dei concetti. Brett aveva conservato tutto. Sin dai primi momenti del loro rapporto. Così costruì un “romanzo epistolare” vero e proprio. Un genere letterario ben consolidato, con le sue regole e la sua capacità evocativa. La forma letteraria, forse, più capace di rivelare i propri sentimenti. Battè il ‘gossip’ con la ‘verità’.

Raccontava Rossana Rossanda: «…per imponente che sia, la presenza di un Male come l’Aids, che (allora) significa morte, questa non è la storia di un’agonia. E per pungente che sia l’evocazione di un giovane uomo che in molti abbiamo conosciuto, non è un ritratto. È il racconto di un rapporto amoroso che ha dato e ha chiesto, e non può separare i due momenti neanche quando il dare dell’uno all’altro prevale. Perché in tutti e due l’amore resta bisogno». E ancora: «…Giovanni è sieropositivo ma non malato, o così crede. Crede che non lo diventerà mai. Dovesse essere l’unico, il primo. Sarà il primo a scampare a scampare, pensa e dice».

Così inizia L’Intruso di Brett Shapiro. Con questa lettera di Giovanni Forti da cui estraiamo poche parole. «Carissima Flaminia, sorella d’oro e di piombo. Fresche mattine, calde giornate non fosse per il vento, lunghe nuotate in mare, indolenti pomeriggi sorseggiando birra sul bordo della piscina. Lunghe sieste, tre pasti al giorno. Sto leggendo contemporaneamente Saul Bellow, Marguerite Yourcenar e Fabrizia Ramondino (quanti ricordi… n.d.a.)».

C’è tanto sole a dominare questo romanzo. Il colore pastello di David Hockney all’epoca andava per la maggiore. Erano i tempi di Keith Haring. Le prime missive sono le fondamenta di un discorso su come la voglia di essere vivi si coniughi con la propria libertà. Essere vivi per essere liberi. Questo è il messaggio universale e civile che fa da leif-motiv a tutto questo brillante e dannato love affair. Amiamo, dopo, trent’anni, conservare questa sensazione come una lezione da mettere in campo in questi tempi. In questi giorni. In cui, complice una maledetta malattia, si tenta di aggredire le nostre libertà. Non cederemo. Anche da noi il sole inizia a risplendere sulle foglie degli alberi e delle piante. E per quanto dura possa essere, noi vogliamo riprenderci questa primavera. Incontrare i nostri amici, le nostre fidanzate, le nostre amanti. Portare i nostri bambini a giocare con gli altri bambini. Riempirci di gioia e di vino fino a sfiancarci. Lasciare smartphone, app, computer a casa e uscire. Correndo veloci. Affinché nessuno possa fermarci. Perché il tempo corre anch’esso. Ma noi dobbiamo anticiparlo sempre di un passo in più! No, signor vigile, non ce l’ho il permesso, non ho bisogno di autocertificare la mia felicità!!! E non mi faccia perdere tempo! Devo andare! Andare via!!!!