Poche parole di buon senso

Tra le poche parole di buon senso che si sono ascoltate in questi mesi tragici della vita del Paese, vi sono quelle pronunciate in una trasmissione televisiva dal presidente di Confindustria, Bonomi. Egli ha detto che la sua categoria non ama la contrapposizione tra salute e lavoro. Concetto che sarebbe stato bene ascoltare anche dai sindacati, i quali evidentemente oramai si preoccupano solo dei pensionati non dei lavoratori da tutelare. Eppure chiunque non può non chiedersi come pensa il governo di affrontare una situazione sanitaria come quella che si è provocata in Italia senza il supporto del mondo lavoro a pieno regime e nello stesso tempo ritenersi soddisfatto per aver elargito 600 euro a chi magari ne ha persi sei mila. Il danno causato in questi due mesi di furia isolazionista del governo non è stato ancora ben assimilato se non da quei lavoratori e quegli imprenditori che non vedono nemmeno possibile una ripartenza. Anche perchè, Bonomi lo ha sottolineato, da parte del governo non c’è ancora nessun piano concreto e a conferma il presidente del Consiglio nel giro di poche ore ha offerto un’altra performance di chiacchiere televisive. La filosofia del governo non è il lavoro il perno fondante della vita repubblicana, ma l’assistenza. Lo si è visto nell’impegno del suo governo precedente per il reddito di cittadinanza e l’assoluta indifferenza per una qualche ricollocazione professionale da parte di quello che guida ora. Il capo spirituale della forza della maggioranza che ha lanciato Conte, teorizza da prima della crisi, che non c’è ragione di lavorare in Italia, che si può estendere un reddito a tutti senza patemi. L’emergenza sanitaria ne ha offerto la possibilità ed il reddito che verrà elargito è fra i seicento e gli ottocento euro. Gli imprenditori hanno ragione di ribellarsi due volte, prima perchè sono stati messi al tappeto, secondo se non potranno riaprire dovranno mettersi a stipendio dello Stato. Ci fosse almeno una logica sensata, cioè non meramente ideologica retrograda, alla base di una tale impostazione collettivistica livellatrice, ma ovviamente non c’è. Se guanti e mascherine sono sufficienti a garantire l’isolamento, potrebbero riaprire anche i cinema ed i teatri come sono aperti i supermercati. Se invece mascherine e guanti non sono sufficienti, ecco che ci ritroveremo punto d’accapo anche con le riaperture a capocchia promesse dal governo. Gli imprenditori, come i cittadini, hanno mostrato una eccezionale sopportazione, oltre ogni limite. Ma come dice il poeta, tutto finisce e pure presto.