No alla fase dell’agonia

Lasciata alle spalle l’ondata emergenziale del Coronavirus, avremmo bisogno subito di una fase 2 “plus”, cioè col turbo. Ci dobbiamo invece accontentare non tanto di una più misurata “fase 2”, bensì di una prudentissima fase intermedia, un riavvio lento e assai vincolato. Una libertà condizionata e vigilata dopo due lunghi mesi di arresti domiciliari. Stiamo insomma provando a riaccendere la macchina senza però togliere il freno a mano.
Il perché del nostro timore è presto detto: il governo ha cantato solo la lirica della salute.
Siamo sotto lo schiaffo della scienza. Una scienza che va sempre promossa e rispettata, ma che non si può brandire come un un mantra ideologico anche quando, come in questo caso, è costretta a brancolare nel buio. Quando poi l’aspetto scientifico di un problema si mescola a molti altri fattori incidenti (l’economia, la psicologia, lo stato sociale) è la politica a dover rivendicare il proprio ruolo predominanante. Guai se a governare fossero i medici, i virologi, gli infettivologi e non i politici, cioè quelli che fanno della scelta ponderata, della capacità di visione e di mediazione il proprio mestiere. Tanto nei dibattiti televisivi e sui giornali, quanto nelle sedi decisionali, invece, abbiamo finito per polarizzare la discussione sempre e solo sugli aspetti sanitari e rendere dirimente la sola parola dello scienziato.
È un atteggiamento miope e finanche poco razionale.
Perché, per esempio, non si è dato il giusto peso alla statistica, l’unica disciplina in grado di fotografare il problema con dati e numeri reali, fornendo un quadro eloquente, capace orientare gli indirizzi?
Si è raccontato al Paese di un virus che uccide ovunque e chiunque. Invece l’analisi aggiornata dei dati sulla mortalità ci conferma sempre più, da diverse settimane, che questo virus ha agito in modo estremamente selettivo, sotto quattro profili: anagrafico, sanitario, geografico e logistico.

  • Il dato anagrafico: il 95% dei decessi riguarda persone sopra i 60 anni (e l’ 84% sopra i 70);
  • il dato sanitario: il 96% dei decessi riguarda persone con almeno una patologia grave preesistente (e il 61% con 3 o più patologie gravi);
  • il dato geografico: l’88% dei decessi è avvenuto nelle regioni del nord (il 56% in Lombardia);
  • il dato logistico: il 50% dei morti in Europa si è concentrato in case di cura e residenze per anziani (iI 25% in Italia).

Dati da non prendersi singolarmente, ma da sommarsi tra loro, per costruire il quadro.

Ci si domanda dunque a quale logica risponda questa continua insistenza, anche dopo il primo momento emergenziale, su provvedimenti restrittivi spalmati indifferentemente su scala nazionale. Provvedimenti che continuano ad avere ovunque, anche oggi che cambiamo fase, pesantissime conseguenze sul nostro futuro economico, nonché sulla nostra quotidianità.
Se il problema colpisce in maniera grave e significativa solo specifici segmenti ambientali e sociali, perché coinvolgere indistintamente l’intera comunità? Perché non intervenire in modo più mirato e differenziato nelle tutele, nelle restrizioni, nelle misure precauzionali? Non si tratta di scelte indifferenti. L’eccesso di prudenza non è gratis, tutt’altro: mette in ginocchio un Paese che altrimenti si potrebbe salvare. Ce lo dimostrano per esempio la Germania e la Svizzera, che hanno applicato restrizioni più blande o selettive, senza mettere in gioco tutto il loro potenziale economico e produttivo.
E poi le misure. Ci stiamo incamminando in un tortuoso percorso precauzionale, per l’avvio delle attività, che scoraggerà un po’ tutti, operatori e fruitori, vanificando l’effetto rigenerante della riapertura, protraendo gli stenti della nostra economia.
Eppure gli stessi medici e virologi ci confermano che il Covid si trasmette soprattutto a partire dalle “goccioline” mucosalivari.
Una mascherina (anche chirurgica) è dunque la principale barriera alla propagazione del virus.
Invece di inventarci ogni giorno complicati e costosissimi protocolli operativi, partiamo da questa regoletta semplice ed efficace, in fondo innocua e incredibilmente elusa dalle disposizioni liberticide adottate fin qui: mascherina sempre obbligatoria fino al vaccino. Magari scopriamo che bastava poco per vincere la partita.

Finora si è fatto leva sulle emozioni e sulle sensazioni collettive. È un percorso che ci ha portato fuori strada, aprendo le porte a un fosco orizzonte di impoverimento e di crisi senza evitare la strage di 26.000 persone, in proporzione la peggiore del mondo.

Facciamo riprendere presto all’Italia che lavora (e che non rischia quasi nulla) una vita quanto più normale. Se manteniamo un approccio succube e timoroso, incapace di razionalizzare il problema ed offrire risposte mirate, non appena il virus rialza la testa, torniamo a rinchiuderci nelle nostre tane. E stavolta non ne usciamo vivi.