Alberto Ronchey e la solida disciplina della libertà

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Alberto Ronchey.  Ci lasciava nel marzo del 2010. Difficilissimo cercare di sintetizzare la storia di una figura come la sua. Si tratta della storia di un uomo intriso di rigore e di passione civile. Proprio il suo rigore impone oggi a chi scrive di essere estremamente attento e scrupoloso nella scelta delle parole da utilizzare. Come, in effetti, era uso fare Ronchey. Famoso anche per l’estrema precisione e meticolosità con la quale esercitava la missione di giornalista. Sicuramente questa precisione e questa ‘ossessione’ per la raccolta delle informazioni erano frutto della sua formazione accademica. «Tra l’Università e il giornalismo, mio padre avrebbe scelto la prima. Avrebbe voluto continuare a fare lo storico. Ma passione per la vita, per questa materia incandescente in continuo divenire con tutta la sua evanescenza, ebbe la meglio», ricorda la figlia Silvia. Bizantinista e giornalista. Silvia Ronchey ama sottolineare il suo carattere di professionista attentissimo a ogni dettaglio, scrupolosissimo . «Aveva l’orrore dell’errore! Una mania per l’accertamento dei fatti. Non avrebbe accettato l’epoca della delle fake news e degli haters! Era contro ogni dogma. Anticonformista fino all’estremo. Avvertì subito la pericolosità del bisogno delle masse a credere alle falsità. Aveva prefigurato l’epoca della post-verità. L’imperare di realtà costruite sulla necessità di credere alle menzogne. Avrebbe sicuramente avversato questi anni dominati dal potere della menzogna».

Ma andiamo con ordine.  Alberto Ronchey  nasce  da Ugo Ronchey, repubblicano e antifascista militante. Ha quindi nel sangue la passione civile e politica. Dal padre eredita non soldi, quelli non ce n’erano. Ma ideali forti e vivi. Quando Alberto è bambino il papà Ugo è già schedato e perseguitato dalla polizia fascista. Alberto cresce subito in ambienti repubblicani. E, dopo l’incontro con Giovanni Conti, figura di spicco del P.R.I., giovanissimo contribuì alla Resistenza.  Già prima dell’otto settembre, nel luglio del ’43, inizia a scrivere per l’edizione clandestina de La Voce Repubblicana.  Negli anni dell’università divenne segretario della F.G.R. (siamo nell’immediato dopoguerra). Da subito affiancò all’attività di ricerca quella del giornalismo. Nel frattempo guardava sempre con maggior interesse l’ascesa della figura di Ugo La Malfa, di cui apprezzava l’approccio pragmatico, la passione per l’economia e il liberalismo di stampo keynesiano. Ormai redattore de La Voce Repubblicana, su proposta di Oronzo Reale gli fu affidata la guida dell’organo del partito. La sua curiosità intellettuale esondava e immediatamente strinse legami con le intelligenze che ruotavano attorno a Il Mondo di Pannunzio.  Anche Alberto Ronchey era affascinato dall’idea di costruire una “terza forza” laico-liberale che fosse alternativa alle due ‘chiese’, cattolica e comunista. Dopo la Voce Repubblicana passò a Il Resto Del Carlino, diretto da Giovanni Spadolini e poi al Corriere della Sera. Neanche un anno e eccolo a La Stampa. Famose sono le sue cronache come inviato e corrispondente dall’estero. Durante questo periodo ebbe modo di studiare attentamente la realtà sovietica. Fu un’esperienza che lo segnò profondamente. Ebbe la conferma della pericolosità del conformismo e del totalitarismo. La pervasività di un sistema che si insinua negli interstizi di una società costruendo un immaginario collettivo basato sul controllo assoluto delle informazioni. Eccolo il Ronchey uomo e professionista ‘ossessionato’ dal raccogliere ogni dettaglio, ogni dato, ogni informazione per mettere in fila ogni singola parola per poi farne ‘narrazione’. Questo era il giornalismo per Ronchey. Questo è il Ronchey che viene fuori non solo dalle parole di Silvia, ma dai anche dai ritratti satirici di Fortebraccio. La sua posizione duramente critica del totalitarismo lo portò a muoversi tra Russia, Cina e Hong Kong. Da quelle corrispondenze venne poi fuori il libro Russi e Cinesi.  Chissà davvero cosa direbbe del mondo di oggi?!

Saltò di Paese in Paese. La voglia di conoscere e raccontare lo portava sempre più lontano e da lontano guardava con più attenzione all’Italia. In fondo i più cosmopoliti, lo abbiamo già sottolineato ricordando Alberto Arbasino, sono gli uomini di cultura repubblicana… 

Ovviamente fu un europeista convinto e fu tra i primi sostenitori della moneta unica, già nel 1968!

A lui dobbiamo l’aggiornamento del nostro lessico. Espressioni come lottizzazione,  per esempio. La cosa deriva da un episodio.  Proprio nel ’68 venne nominato nel  c.d.a. della RAI. Rinunziò alla nomina e denunziò, appunto, con il termine lottizzazione, la spartizione delle cariche negli enti pubblici. Nello stesso anno divenne direttore de La Stampa.   La sua impostazione di liberale di sinistra lo portò spesso in conflitto con l’editore.  Nonostante la fiducia e l’amicizia con Gianni Agnelli, durante l’autunno caldo del ’69, egli si schierò dalla parte degli operai nelle settimane degli scioperi alla FIAT. Esiste una bella fotografia che ritrae gli scioperanti intenti a leggere La Stampa anziché L’Unità o Lotta Continua!!!

Poi lasciò la direzione del giornale torinese (nel frattempo aveva scritto due reportage sulla Russia e dall’America in cui definiva la Russia una “superpotenza sottosviluppata”) e ritornò al Corriere della Sera. Il suo studio sull’evoluzione del Paese e della società italiana continuò appassionato e tagliente. Cogliendo le opportunità ma soprattutto rilevando i difetti. Sottolineò la tendenza tutta  italica nel cedere ai facili richiami populisti e al conformismo.

Ormai punto di riferimento internazionale dell’area laica-liberale e riformista, egli si riavvicinò all’impegno più marcatamente politico candidandosi nell’Alleanza Laica su spinta di Ugo La Malfa. Non venne eletto, ma la cosa non finì lì.

Sul Corriere della Sera scrisse il famoso articolo in cui analizzò le dinamiche geopolitiche per cui in Italia esisteva una democrazia bloccata con un grande partito comunista, che non poteva governare, che impediva però di creare un’alternativa più marcatamente riformista al Paese. L’esistenza del PCI di fatto bloccava qualsiasi ipotesi che non vedesse la DC fondamentale. Al contempo il consociativismo ‘lottizzatorio’ tra DC e PCI non lasciava spazio allo sviluppo di un centro sinistra ‘diverso’ con le forze laiche, repubblicane, liberali e socialdemocratiche capaci di esercitare una sorta di “egemonia culturale”. Ahinoi, quella egemonia fu esercitata proprio dai comunisti e permessa dai cattolici (da qui il Fattore K.).

I tempi scorrono veloci. Ronchey vede alla fine crollare il sistema sovietico ma non si fece travolgere da facili entusiasmi. La prima cosa che fa, ecco lo spirito anticonformista, è quella di analizzare tutte le debolezze del sistema capitalistico occidentale. Preveggente come sempre, intuì la crisi del modello del laissez faire e anche i pericoli di un’involuzione autoritaria e populista che avrebbe devastato le democrazie nascenti e est, paventando anche un probabile avvento di un nuovo totalitarismo nell’ex URRS.

Ritorna alla politica come ministro dei Beni Culturali e Ambientali con i governi Amato e Ciampi. L’esperienza governativa lo vede protagonista di un’importante innovazione. Per la prima volta lo Stato apre ai privati nella valorizzazione del patrimonio culturale. Ecco la famosa Legge Ronchey!

Ritorna a fare lo storico della contemporaneità.

Il suo è un modo di far giornalismo molto anglosassone e raffinato. Sempre in controtendenza. Anticipatore. Impopolare. In un mondo che si trasforma imbruttendosi sempre di più.

Tra le sue battute più celebri: «Raccontare ai giornalisti stranieri la politica culturale italiana non è cosa semplice. Innanzitutto bisogna cercare di non ridere

Come afferma Giuliano Amato, aprendo il convegno commemorativo promosso dalla Treccani con la Fondazione Alberto Ronchey insieme a Silvia Ronchey e Pier Luigi Battista a marzo di quest’anno: «…ricordare oggi una personalità come Alberto Ronchey è un atto eversivo…».

Dieci anni fa si spegneva in una voluta solitudine. In silenzio. Elegantemente.  In un mondo sempre più affollato e rumoroso dove tutti gridano. Nel gran chiasso di oggi non si sarebbe riconosciuto. Nella semplificazione in epoca delle complessità, figuriamoci!

La sua fu la solitudine ricercata per essere libero.