Il Consiglio Europeo ha certamente deluso chi vi aveva riposto grandi speranze

Antonio Gramsci scrisse che la prassi rivoluzionaria richiede l’ottimismo della volontà ed il pessimismo della ragione, chissà forse il Presidente Conte aveva in mente un concetto del genere quando ha discusso con i suoi omologhi nel Consiglio Europeo del 23 aprile. Nella conferenza stampa in cui ha annunciato gli esiti del summit certo era pervaso di ottimismo della volontà mentre non aveva tenuto minimamente da conto il pessimismo della ragione, in verità neanche la ragione senza il pessimismo considerando l’entusiasmo che ha manifestato, entusiasmo, purtroppo, infondato alla luce dei reali risultati del vertice. L’incontro era stato caricato di troppo significato dal dibattito politico italiano che nelle due settimane precedenti aveva discusso del MES e della sua alternativa, quale alternativa? Un’ipotesi di eurobond che per il momento non era neanche ancora sul tavolo dei partner europei, insomma abbiamo vissuto una sorta di collettivo aspettando Godot, infatti proprio come nel dramma si parla a lungo di qualcuno, nel nostro caso di qualcosa, che non arriverà mai. Non meno da teatro dell’assurdo è stata la dialettica sul MES, ad ascoltare la nostra classe politica sembrava che ci fosse qualcuno ansioso di versare nelle nostre finanze pubbliche 36 miliardi per le spese sanitarie e che per un eccesso di orgoglio il nostro Governo si ostinasse a dire che li rifiutava. In verità nell’Eurogruppo era stata messa sul tavolo la proposta di ricorrere al meccanismo di stabilità senza condizionalità, entro il limite del 2% del PIL per le spese sanitarie, ma non c’era nulla di specifico, né tanto meno una bozza, anche molto approssimativa, di procedura. Insomma era tutto rinviato al Consiglio del 23 che però poteva solo assumere decisioni politiche che avrebbero prodotto i loro effetti, nella migliore delle ipotesi, a partire da giugno. Così anziché dividersi su cosa proporre al Consiglio Europeo le forze politiche italiane si sono arrovellate in una discussione sul nulla, che dibattere sul sesso degli angeli sarebbe stato ugualmente produttivo.

Il Consiglio Europeo ha certamente deluso chi vi aveva riposto grandi speranze, sostanzialmente i partner europei hanno ribadito che la crisi si affronta con gli strumenti esistenti: la B.E.I. la banca europea degli investimenti, che interviene attraverso il sistema bancario degli stati membri fornendo finanziamenti a tassi particolarmente favorevoli, e che è dotata di un Fondo, il F.E.I., che finanzia direttamente le start up innovative, il Sure, un nuovo fondo destinato alla sicurezza sociale, a cui gli stati membri possono accedere rilasciando garanzie, ed il famigerato meccanismo europeo di stabilità, rispetto al quale è stato ribadito che non vi saranno effettivamente condizionalità per i prestiti destinati a sostenere i costi diretti ed indiretti per l’emergenza sanitaria, tema centrale e tutt’altro che alle nostre spalle. Il MES quindi, pur nel limite quantitativo, è certo lo strumento più concreto messo a disposizione dall’Unione Europea per affrontare la crisi. Rimane da chiarire l’eleggibilità dei costi indiretti, ad esempio sarebbero ammesse spese in infrastrutture e logistica della filiera sanitaria e dei servizi ad essa connessa, al momento non vi è alcuna indicazione in merito. Il tema politico, a questo punto, è lo scontro manicheo fra chi vede in questa scelta la sottomissione al giogo dei “cattivi banchieri “ europei e chi la salvifica soluzione ad ogni problema. È inutile dire che sono errate e strumentali entrambe le letture. Il professor Alberto Bagnai, economista e senatore della Lega, ha proposto un’obiezione seria all’uso del meccanismo di stabilità: essendo questo uno strumento costituito per chi ha necessità di raccogliere liquidità fuori dai mercati finanziari, il ricorrervi potrebbe ingenerare una diffusa sfiducia presso gli investitori internazionali, mentre il nostro Paese ha costante bisogno di ricorrere al mercato per sostenere la finanza pubblica  e ne avrà sempre più, d’altra parte il benefico sarebbe  una cifra certo significativa ma non risolutiva rispetto a quanto sarà necessario mettere in campo per le misure anticicliche. Inoltre deve essere ancora sciolto il nodo della durata dell’eventuale prestito, infatti un tasso di interesse al di sotto di quello corrente non rappresenterebbe un vantaggio se il finanziamento prevedesse una restituzione a due o tre anni.

Incomprensibile, come sempre, la posizione dei pentastellati a cui va bene tutto tranne il MES, cosa vi sia di così radicalmente differente nel ricorso a Sure rispetto al ricorso al MES è qualcosa che può essere intesa solo entrando nella testa di un grillino, esperienza che richiede competenze che esulano dall’analisi politica e riguardano ben altre discipline. In realtà se si chiarissero le questioni tecniche sopraesposte, ed in caso di necessità, sarebbe uno strumento di finanziamento come un altro, anzi per alcuni aspetti più vantaggioso.

La questione vera che i Paesi del sud Europa avevano sollevato era la possibilità di mutualizzare il debito e su questo le posizioni nel Consiglio appaiono ancora distanti, se in effetti uno spiraglio c’è ed è la disponibilità ad istituire un recovery fund, le idee sul suo potenziale funzionamento restano distanti. I Paesi del nord  immaginano una sorta di super MES dedicato all’emergenza covid ed alle conseguenti politiche anticicliche, i Paesi del sud invece, così come articolato nelle proposte francesi e spagnole, vorrebbero fosse uno strumento di finanziamento comune che versasse a fondo perduto negli stati membri. Sull’ipotesi di  contributi a fondo perduto vi è una flebile apertura tedesca che concederebbe, a fronte di precisi programmi di intervento, una quota parte di finanziamento a fondo perduto. In ogni caso è chiaro che il recovery fund sarebbe istituito con risorse del bilancio pluriennale 21 – 26, il che vuol dire che, essendo molto veloci e con un improbabile slancio di super efficienza della nostra burocrazia, le risorse potrebbero dispiegare i primi effetti concreti fra un anno, nella condizione in cui siamo è un’era geologica.

Il Consiglio Europeo nell’immediato non ha prodotto alcuno strumento innovativo ed immediatamente operativo, poi è corretto continuare in quella sede una battaglia per una maggiore integrazione politica, che inevitabilmente deve passare anche da strumenti di mutualizzazione del debito, ma ad oggi gli strumenti che l’Unione ci mette a disposizione sono fondamentalmente due: il P.E.P.P., il piano di acquisto da 700 miliardi della BCE, che pare sarà infine illimitato, e la sospensione di tutti i vincoli, dal patto di stabilità alle normative sugli aiuti di stato.

Come dicevano i contadini delle Langhe bisogna fare fuoco con la legna che si ha, e questo è ciò che ha a disposizione il Governo per affrontare una recessione che conta già 50.000 posti di lavoro persi nel settore del commercio e del turismo ma che sono destinati inesorabilmente ad aumentare alla fine del lockdown, infatti ora le procedure per i licenziamenti sono bloccate ma è realistico pensare che alla ripresa molte attività produttive registreranno un tracollo della domanda con le inevitabili conseguenze che questo comporta. Il tema dell’impatto della crisi sulla microimpresa è stato decisamente sottovalutato, per molte aziende non ci sarà una fase due, non saranno in grado di riaprire.

Il Governo deve essere coraggioso e inondare di liquidità il sistema produttivo, il professor Tria, con il suo collega Scandizzo, ha redatto il documento “proposta commisurata alla perdita di valore aggiunto”  che propone contributi a fondo perduto per la micro e la piccola impresa, si tratta di risorse che per i due terzi rientrerebbero grazie alla continuità del gettito fiscale, che rischia di essere fortemente compromessa. In questa fase, inoltre, bisognerebbe prevedere un incremento del sostegno al reddito, fino ad un massimo di 2 mila euro a nucleo famigliare. Tutto il debito contratto per queste misure deve essere sostenuto dalla BCE, ciò consente di tenere sotto controllo gli spread e non pone problemi di sostenibilità, anche nel medio periodo. L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità o non essere affatto, le sfide che ci attendono sono di portata storica, non è più possibile stare a metà del guado, lo spazio per una comunità sovrastatale che disciplina esclusivamente le materie economiche non c’è più, o l’Unione Europea sarà comunità politica di popoli o torneremo ai piccoli stati del ventesimo secolo il cui ruolo sarà quello di essere spettatori dei processi che guideranno i grandi stato-regione: USA, Russia e Cina.