Europa in cerca di identità. Andolfi e La Malfa sul Foglio

Stamattina una lettera di Giorgio La Malfa e Massimo Andolfi su Il Foglio. «Sul processo di integrazione europea iniziato nel 1950 con la proposta di costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha sempre pesato il dubbio se si trattasse di un percorso verso la nascita di uno stato federale o di un semplice accordo di cooperazione in campi specifici fra paesi indipendenti e sovrani. Per lungo tempo è sembrato saggio non porsi esplicitamente il quesito. Ma vi sono stati momenti in cui le circostanze hanno costretto a prendere decisioni impegnative. Uno fu la crisi del sistema di Bretton Woods all’inizio degli anni Settanta e il passaggio dai cambi fissi ai cambi fluttuanti. Decidendo di mantenere i cambi fissi al proprio interno, l’Europa scelse un crescente vincolo di interdipendenza fra gli stati membri. Altrettanto avvenne nel 1989 alla caduta del Muro di Berlino: anche allora l’introduzione della moneta unica ribadì la scelta dell’unità politica. Dall’inizio degli anni 2000, con l’emergere della Cina come potenza mondiale con evidenti ambizioni di espansione e di influenza politica fuori dal proprio territorio, con il progressivo cambiamento dell’atteggiamento degli Stati Uniti verso l’Europa, culminato nella presidenza Trump in cui è evidente il desiderio di non condividere se non con la Cina il ruolo di potenza mondiale e con il riemergere della Russia di Putin, il problema del destino dell’insieme dei paesi che formano l’Unione europea è nuovamente all’ordine del giorno e lo è in termini cogenti. L’Europa è il campo di battaglia di uno scontro in cui essa rischia non di finire in una unica zona di influenza, ma di balcanizzarsi come accadde fra le due guerre mondiali. Già oggi, per restare all’Italia, vi sono uomini politici che lavorano per costituire relazioni ‘speciali’ con la Russia o con la Cina. L’oggetto politico del prossimo Consiglio europeo non può ridursi all’individuazione di un mix di misure economiche per fronteggiare la crisi. Non può essere esclusivamente di consentire ai singoli partecipanti di tornare nelle rispettive capitali e respingere l’accusa delle loro opposizioni interne di avere ceduto alle pretese abnormi degli altri. Non può essere di consentire a Conte di prendere i soldi del Mese superando le obiezioni della destra e di parte dei 5 stelle, né alla Merkel di accettare un intervento che preveda anche un qualche debito europeo senza subire troppi attacchi dalla destra del suo partito e dalla AfD. Se si punta sol a questo risultato, esso è probabilmente alla portata del Consiglio europeo avendo l’Eurogruppo già dissodato a sufficienza il terreno. Ma non sarebbe un passo adeguato alla crisi della costruzione europea. Sarebbe un successo effimero e le forze politiche euroscettiche alla lunga riprenderebbero fiato. L’Europa deve rispondere alla crisi dichiarando la irreversibilità del processo di costruzione dell’unità europea, così come Mario Draghi dichiarò a suo tempo l’irreversibilità dell’euro. Accanto agli strumenti già individuati o delineati dall’Eurogruppo, il Consiglio europeo dovrebbe immaginare un organo nuovo che sia il segno evidente della volontà politica di affrontare la crisi del coronavirus come una sfida politica per l’Europa nel suo insieme. A questo “plenipotenziario per la ricostruzione”, emanazione diretta del Consiglio e in contatto diretto con le altre istituzioni europee, deve essere affidato il compito di proporre interventi nuovi e di preparare il colloquio con le altre grandi aree del mondo al fine di ricostruire le relazioni economiche internazionali e evitare il ritorno del protezionismo. Se i capi di stato e di governo dell’Europa non capiscono di essere davanti a un momento storico di svolta, come quello della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776 o quello della lettera di Schuman del 1950, essi potranno pure tornare a casa pensando di aver fatto un buon lavoro. Ma in realtà avranno avvicinato il momento del fallimento del sogno europeo».