Eugenio Colorni, maestro dell’anima. Nell’anniversario della nascita

Oggi ricorre la nascita di uno dei maggiori esponenti del moderno federalismo europeo e dell’antifascismo italiano, Eugenio Colorni. Sono giorni particolari, perché se da un lato la crisi sanitaria ha causato una profonda crisi economica, dall’altro attendiamo risposte con strumenti idonei ad affrontarla, concrete, dal Consiglio europeo, che dovrebbe – insieme ai cittadini europei – avere a mente sempre la solidarietà intrinseca nel processo che dal Confino di Ventotene, dalla fine degli anni ’30 inizio anni ’40 del secolo scorso, ha preso il via, l’unità europea.

Oggi ricordare Eugenio è doppiamente significativo. Innanzitutto, perché è un campione di elementi valoriali che servirebbero a condurre con maggiore attenzione non solo la politica ma l’intera società ad azioni collettive concertate e condivise. In secondo luogo, perché è stato un oppositore viscerale, un attento osservatore e un rigoroso ‘insegnante’ nella scuola della lotta al nazifascismo. Ricordarlo oggi, a pochi giorni dall’Anniversario della Liberazione, ci porta anche alla sua tragica scomparsa, avvenuta, nel pieno della lotta antifascista condotta nelle strade romane, il 30 maggio 1944 (dopo 2 giorni di agonia perché colpito da una revolverata di una banda di fascisti).

Eugenio ha avuto un ruolo fondamentale nella redazione del Manifesto di Ventotene, un Progetto di manifesto per un’Europea libera e unita (1941), di cui è stato autore della prefazione datata 30 gennaio 1944 nella edizione a stampa. 

Le note che seguono sono tratte dal X Quaderno di Ventotene di cui sono autore per l’Istituto di studi federalisti “Altiero Spinelli” (www.istitutospinelli.org). 

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Sull’isola all’inizio del 1939 è Eugenio Colorni. Nato il 22 aprile 1909, studioso di filosofia, laureatosi si spostò in Germania, lettore d’italiano a Marburgo, proseguì i suoi studi a Berlino nel 1932-’33 su Leibnitz nella biblioteca di Stato. Abbandonata l’idea della carriera universitaria, pubblicò la Monadologia di Leibnitz grazie a Giovanni Gentile (conosciuto a Forte de Marmi).

Vinse un concorso per insegnare nelle scuole secondarie; destinazione la cattedra dell’Istituto magistrale Carducci di Trieste. Collegato ad ambienti di Giustizia e libertà, collaborò con il nucleo torinese che faceva capo a Leone Ginzburg e, successivamente, a Vittorio Foa. Quando nel 1935 il gruppo venne sgominato, si aggregò al Centro interno socialista per poi diventare uno dei responsabili del centro nell’aprile del 1937. Sapeva di essere sorvegliato, ma continuò la propria attività. Recatosi in questura per il rinnovo del passaporto per la Francia (motivato da un viaggio a Parigi con la pubblicazione del suo studio su Leibniz), fu arrestato a Trieste l’8 settembre 1938.  Colorni si era difeso dall’arresto a seguito delle leggi raziali di Mussolini, a dispetto di una profonda politica di diffamazione antisemita, mirando ad evidenziare il suo ruolo di docente, attento sul proprio lavoro, didattico e scientifico, e minimizzando l’appartenenza alla religione ebraica e di cospiratore antifascista. Dopo sei mesi di segregazione in cella a Trieste e Varese per l’esiguità delle “prove provate” evitò la condanna al carcere, ma, davanti alla Commissione provinciale, non l’assegnazione al confino politico per 5 anni, a Ventotene.

È il 6 gennaio 1939. 

È sposato con Ursula Hirschmann, nata il 3 settembre 1913, esule tedesca, già militante della gioventù del partito socialdemocratico, ebrea anche lei, che aveva conosciuto a Berlino (insieme al fratello Albert).

A Ventotene, Colorni, nonostante, le crisi depressive causate dall’isolamento e dall’affaticamento, alleviate solo dalle visite della consorte e della figlia Silvia (nata nel 1937), alle quali è permesso di soggiornare sull’isola, studia matematica, fisica, psicanalisi. Tra i personaggi al confino ci sono “due anime non solo inquiete per quel che accadeva, ma anche insoddisfatte per le risposte inadeguate che gli antifascisti davano a questa gigantesca sfida che non era più la vittoria del fascismo in questo o in quel paese, ma il crollo dell’Europa”. 

Una di queste anime è Eugenio Colorni, l’altra è Ernesto Rossi. Per Altiero Spinelli “non erano fra coloro che avevano trovato, come il resto dei confinati politici, ma fra coloro che cercavano. Perciò, incontrandoci sull’isola, – afferma – ci riconoscemmo e diventammo amici” (Spinelli, “Come ho tentato di diventare saggio”, Il Mulino, 1984, p. 281).

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«L’Europa – scrive … Colorni [1]- non è oggi una massa indifferenziata tale che in ogni punto di essa sia possibile suscitare indifferentemente un centro unificatore. Questi centri esistono in luoghi ben determinati… su di essi bisogna poggiare… chi vuol agire in Italia deve accettare questa posizione… ma allora – si chiede Colorni – che dobbiamo fare?». La risposta la trova più avanti, in modo assolutamente lungimirante: ci saranno “due zone d’influenza, tutto il dopoguerra sarà dominato dall’aperta o larvata lotta tra le potenze vincitrici… la posta di questa lotta sarà appunto il continente europeo… ciò che risulterà da questa prospettiva, è che la lotta per l’unità europea non sarà più costretta a svolgersi negli stretti limiti di tempo che vanno dalla cessazione delle ostilità alla conclusione della pace, ma avrà a disposizione tutto l’ampio periodo del dopoguerra”. Dovranno essere, questa la conclusione di Colorni, “i popoli europei a costringere le potenze vincitrici a uscire dal loro guscio nazionalistico e farsi, anche loro malgrado, iniziatrici di una politica d’unificazione europea”.

[1] Si veda Luca Meldolesi in Eugenio Colorni, L’ultimo anno: 1943-1944. Genesi di una prospettiva, Rubbettino, 2018, p. 107-119 e in Eugenio Colorni, La scoperta del possibile. Scritti politici, Rubbettino, 2017, p. 147-159. Nota mia]