Modello tedesco, sfacelo italiano

Un bagno di realtà, per seppellire la retorica fallace e stucchevole di questi due mesi. Siamo incapaci e la Germania ce lo dimostra. In Germania il virus circola come in Italia. È dello stesso tipo e la velocità del contagio è stata identica. Poco inferiore è il numero degli infetti. Eppure lì, niente panico, nessuno stato d’emergenza e lockdown più soft. La gente è restata a casa, ma con limitazioni più blande: le spiagge e i parchi sono rimasti a disposizione di tutti, per esempio, nel rispetto delle debite distanze.
Le aziende non si sono mai fermate. Chi voleva (cioè la maggior parte) poteva proseguire le attività rispettando il protocollo di sicurezza. E l’economia, sia pur rallentando, ha continuato a girare. I negozi riaprono da maggio, senza tentennamenti, e da maggio un po’ per volta, riprendono anche le scuole. Dulcis in fundo, in confronto a noi i decessi sono pochissimi: 4.800 ad oggi, contro i 24.000 italiani.
Sì, ma noi abbiamo avuto il problema Lombardia: dove trovi in Europa una tale concentrazione produttiva, di scambi, dinamicità, densità, tutti fattori che hanno favorito il propagarsi immediato del virus? Siamo un caso unico. Anche qui, nessun alibi. Il bacino della Ruhr, la vasta regione compresa tra Düsseldorf, Hessen e Dortmund, ha caratteristiche insediative molto simili e contende all’area lombarda il primato produttivo in Europa.

C’è chi in malafede obietta che i tedeschi barino sui numeri dei decessi, considerando solo i morti “di” e non anche quelli “con” coronavirus. E che questo rientri nel piano scellerato di applicare in modo silente una sorta di “metodo Johnson”.
A parte la difficoltà oggettiva di immaginare Angela Merkel nei panni di una cinica epuratrice in nome del profitto, se in un primo momento la tesi del conteggio per difetto poteva sembrare plausibile, in realtà a ben guardare la differenza sui morti è largamente giustificata da una serie di fattori. Legati ad abitudini sociali, alla condizione sanitaria e soprattutto alla capacità organizzativa d’oltralpe.
Eccone qualche esempio.

Mi giunge valida testimonianza che i pensionati tedeschi conducano sovente una vita distaccata dalla famiglia, meno contigua ai nipoti. All’opposto di noi, dove i nonni (per fortuna) rivestono un ruolo sociale e affettivo importante per il resto della famiglia, spesso conviventi o con frequentazioni assidue, con funzione di supporto soprattutto con i bambini.
Trattandosi di un virus letale principalmente con gli over 65, ed essendo i giovanissimi formidabili veicoli del Covid, ecco già spiegata una parte della mattanza solo italiana e non anche teutonica.

Poi i tedeschi vantano in terapia intensiva un numero di posti letto che è, in proporzione, quattro volte il nostro: 34 contro i nostri 8,5 ogni 100.000 abitanti (pari a 28.000 contro 5.000 in numeri assoluti). Si sono pertanto permessi cure e assistenza di gran lunga migliori.
Noi, per contro, buona parte dei morti li abbiamo fatti in emergenza al nord, accumulando pazienti negli ospedali stracolmi delle zone critiche (quando al centro e sud Italia le terapie intensive erano semivuote) e spedendo gli esuberi a infettare RSA non predisposte, mentre altri sventurati rantolavano nei corridoi. E che dire del personale ospedaliero mandato allo sbaraglio o richiamato in servizio e poi deceduto, per assenza di adeguate protezioni?

Ma soprattutto i tedeschi si sono premuniti per tempo. Già a metà gennaio, ben prima dell’arrivo del virus, un ospedale berlinese aveva approntato un test e diffuso pubblicamente la formula: appena scoppiato il fenomeno, i laboratori di tutto il Paese avevano disponibili i kit per le diagnosi veloci (non i tradizionali tamponi). Conducendo 400.000 test a settimana, a differenza nostra la Germania ha mappato presto e in modo ben più diffuso la situazione, prevenendo molti possibili contagi.
E poi, i “taxi Corona”: medici incapsulati in camici e tute protettive che hanno visitato pazienti sospetti a domicilio, prescrivendo in molti casi le cure nelle primissime fasi del Covid. Fattore rivelatosi determinante per ridurre gli effetti del virus.

Insomma, altro che Italia come esempio da seguire, altro che popolo di valorosi che merita tutta la comprensione e il sostegno morale ed economico. Ancora una volta siamo la pecora nera. La principale causa dei nostri mali.
E d’altronde fa rabbia pensare alla pletora dei 450 consulenti governativi, alla confusa sequela di task force e comitati tecnico-scientifici, agli esperti d’ogni sorta, ai salvatori della Patria intervenuti: una lunga catena di incerti, di propalatori di sciocchezze (“le chirurgiche non servono”, surreale cantilena per 30 giorni) di decisori che non decidono. Fa rabbia anche testare sulla nostra pelle la pasticciata concorrenza Stato-Regioni in materia sanitaria e deliberativa. Una confusione pazzesca.

Questa Italia sgangherata, impreparata, senza strutture adeguate e incapace di mettere in campo una ragionevole strategia, si è barricata in casa da Aosta a Siracusa per almeno due mesi, fermando tutto, seminando il panico e facendo comunque strage di anziani. Per di più crogiolandosi nella sua disgrazia, innalzando ad eroi i fautori di questo disastro. E ora non sa che fare per il futuro.
Mentre la Germania organizzata e ordinata, invece, ha vissuto meno costrizioni, ha scansato la paura e usato la testa, non ha fermato la propria economia e ha limitato i morti. E ora riparte con gradualità, ma con poche ferite e le idee chiare.
Due facce della stessa Europa. Quella incapace e quella capace.
Il finale grottesco è che la prima, non contenta di ciò che combina, offende e pretende dalla seconda. E se l’Europa alla fine le concede l’ennesimo aiuto, vincendo lunghe e comprensibili ritrosie, fa anche la spocchiosa.
Se finisce male, signori, è il finale che ci siamo ostinatamente cercati.